La tecnica della comunicazione di Salvini: dagli sbarchi, ai rom fino al voto

Politica

E’ solo arte della comunicazione? Oppure è anche politica, anche azione di governo? E’ presto per dirlo. Chi scrive non appartiene né alla tribù dei fan a priori (il partito mediatico della pancia), nemmeno a quella dei detrattori a priori, i professionisti ideologici del processo alle intenzioni (il partito della casta cartacea e della tv), che schiumano rabbia per non aver capito nulla prima del 4 marzo e, dopo il voto, fanno gli indignati morali per la nascita di un governo, quello giallo-verde, che ha scombinato molti schemi e parecchie poltrone.

Matteo Salvini è un maestro nel genere. L’unico capace di muoversi, di rappresentare le paure e le aspirazioni della gente, l’unico ad aver ingentilito e reso commestibile (visto il consenso ottenuto) il populismo, etichettato come il male assoluto (tanto che gli italiani, da un po’, e i sondaggi parlano chiaro, sono diventati tutti un po’ più cattivisti). Finita l’era del buonismo, di stampo progressista, cosmopolita e cristiano-sociale, è iniziata forse quella della riscossa nazionale. Un terreno, però, che ha visto molti astri nascenti nella nostra storia e molti capitomboli (da Mussolini a Craxi, a Berlusconi fino a Renzi).

Una cosa è certa: il vice premier sembra il vero premier e in questo momento Conte e Di Maio stanno in penombra. E ovviamente, c’è chi sparge benzina per alimentare le fibrillazioni interne al governo, per far saltare il banco. A poco, infatti, sono servite le rassicurazioni di ieri, quando il ministro dell’Interno ha detto: “Non c’è da preoccuparsi, questo è certamente un momento di grande visibilità, perché i temi caldi sono i nostri, poi quando si parlerà di Fornero, jobs act, Alitalia, sarà più visibile il Movimento”.

Sta di fatto che la comunicazione e il consenso di Salvini sono alle stelle e lui stesso sa che tra un po’, avendo toccato la vetta, non potrà non scendere. E sparare a salve ogni giorno potrebbe creare una reazione pericolosa.
Ha cominciato con gli sbarchi e ha incassato. Ha continuato con la Ue e ha incassato. Ha continuato con il contante e ha incassato. Ora si è spostato sui rom e ha incassato.

In comunicazione si chiama “alzare l’asticella, estremizzare lo scontro, massimizzare l’asse amico-nemico”: è l’alimento e il limite del dna populista. La velocità, e l’emozione. Condizioni che trovano spazio e terreno fertile grazie ai nuovi media, twitter, facebook e la rete in genere.

Ma c’è un ma: l’“annuncio” non seguito da un fatto concreto produce frustrazione e rabbia. Se consideriamo che la luna di miele di un governo appena nato si attesta sempre intorno ad un massimo di 100 giorni, Salvini, che conosce bene le regole, sa che il tempo non è dalla sua. Inoltre, il governo gialloverde più degli altri governi, è un esecutivo particolare e non ordinario. Per definizione, nasce avendo cavalcato tante, troppe aspettative (flat tax, reddito di cittadinanza, blocco dei clandestini, legittima difesa, legge Fornero, rimessa in discussione dei trattati internazionali con la Ue). Riforme senza copertura e molto complesse che obbligheranno i ministri ad un lavoro lunghissimo.

E gli italiani, prima o poi, perderanno la pazienza (quando vedranno tutti i provvedimenti rimandati)?

Quindi Salvini ha adottato la tecnica del “rilancio continuo” e della “distrazione di massa”: depista e sceglie nuovi argomenti di pancia: dagli immigrati, al contante, ai rom etc. Per non rispondere con i fatti (va detto, sarebbe prematuro), che conoscendo gli iter legislativi, saranno certamente difficili e blandi.

E il populismo di destra (la Lega) e il moralismo di sinistra (togliere alla casta i vitalizi, ragione sociale dei grillini), devono restare condizioni assolute, estreme ed estremiste, mai moderate, parziali.

Per il momento Salvini vince: il sondaggio commissionato dal TgLa7 lo colloca al 29,2% e i 5Stelle sono scesi al 29%. Ma tra un paio di mesi? Già qualcuno che comincia a pensare ad un’altra strategia: continuare ad alzare il tiro, portare l’asticella fino al limite, obbligare Di Maio e Conte a rompere, magari con un ennesimo caso-Savona, e tornare al voto in concomitanza con le Europee e monetizzare al massimo il consenso. Dopo di che, pensa Salvini, avrà i numeri per governare da solo.

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