Mondiali di Russia. Caduti gli dei (la casta), primeggiano Macron e la Brexit

Politica

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Il calcio nel pallone, e non solo. Parliamo dei mondiali in Russia. Non ci interessa sapere chi vincerà, o formulare giudizi tecnici sulle squadre.

Ma fotografare un’antropologia che attraverso il calcio esprime la nuova società europea e intercontinentale, e i suoi nuovi modelli culturali.
Il pallone in Italia poi, come è noto, è un valore aggiunto, un surrogato e uno sfogo rispetto alle tante, troppe, frustrazioni economiche, sociali e politiche. E, insieme al Festival di Sanremo, è l’autobiografia della nazione. Simboleggia il tasso di evoluzione o di involuzione di un popolo.

Ma torniamo al campo di gioco russo. Innanzitutto c’è stata la “caduta degli dei”. La caduta della casta, insidiata e quasi completamente surclassata dai peones, dai deboli, dai ragionieri dello sport. Ronaldo (Portogallo), Messi (Argentina), Spagna, Germania (a cui la Merkel aveva chiesto impegno, onori e blasoni), non hanno sfondato. Tutti a casa. Emblematiche le inquadrature televisive dei volti dei leader: affaticati, provati, delusi, come attori del passato (un passato dorato, come nel caso di Ronaldo iuventino, che a Torino delizierà le platee con gli ultimi guizzi da campione, e certamente, un passato plumbeo, nel caso di Messi). Ci riferiamo, ovviamente, alla leadership come rappresentata finora, con le sue star ultra-pagate, classiste e viziate. Fine di un’epoca, quindi. Fine, soprattutto, del primato spagnolo e tedesco.

La verità è che la vecchia Europa, non solo quella calcistica, come la Ue, sta tramontando. E non si vede all’orizzonte chi la sostituirà: ad esempio, le nuove genti dal mare e dal sud del mondo? Niente, per ora, sostituzione etnica o religiosa (l’Islam): le compagini africane (Marocco, Egitto, Senegal, Iran) sono state tutte eliminate, confermando il teorema che gli atleti di colore funzionano dentro un’ossatura europea già consolidata (le politiche serie di integrazione), ma quando sono tutti uniti, sono deboli e maldestri. La Francia “lepenista e macroniana” (un po’ multirazziale, multiculturale e un po’ nazionalista-sciovinista), sull’orlo di un perenne equilibrio precario (lo si vede chiaramente dalla composizione fisica della sua formazione: bianchi e di colore, quasi pari), è andata bene, si è guadagnata la finale, come l’Inghilterra nel tempo della Brexit e del nuovo matrimonio reale.

Francia e Regno Unito sono, infatti, gli ultimi due bastioni europei. La Russia, dal canto suo, ha dimostrato orgoglio, efficienza e voglia di riscatto, come il suo zar Putin. Il Brasile (l’esotismo), è stato appena sufficiente, eternamente sospeso tra il valore, il talento e le sceneggiate da piagnone e cascatore di professione Neymar, e gli incancellabili svarioni difensivi.

Le sorprese? La Croazia, retaggio di una tradizione antica mai morta e la Svezia (i barbari leghisti nordici), che ha fatto una buona figura. Non dimentichiamo che è stata la squadra che ha eliminato l’Italia.
E noi? Stiamo vivendo un periodo di rottura e cambiamento. Per la prima volta non abbiamo partecipato e stiamo coltivando la ripartenza. Da Conte (allenatore) a Conte (premier)? No da Conte (premier) a Mancini (allenatore). Vedremo.

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