Helsinki. Svelata la maschera: la strategia amica di Trump e Putin

Esteri Politica

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Si sono sempre odiati (ma rispettati, in quanto animali simili), o hanno sempre giocato a fare i nemici? Non sono due domande che necessitano di due risposte diverse. E’ lo stesso argomento. Anzi, sono le diverse facce della medesima medaglia: Putin e Trump si sono sempre capiti e se in passato, hanno puntato sulla differenza, sul distinguo, la competizione, lo hanno fatto unicamente per onorare i loro ruoli.

Il vertice di ieri a Helsinki è stato chiaro e rivelatore. Anche quando i rispettivi staff dirigenziali li hanno obbligati, per esigenze di mera logica geopolitica (il Medioriente, l’Iran, Israele etc), o per obiettivi militari, o per questioni legate allo spionaggio (il Russia-gate) a litigare, tra i due non era e non è mai finita una certa simpatia e una certa convergenza. Anche caratteriale: è indubbio che il loro rapporto esprime chimica. Basta osservare la gestualità, gli sguardi, i sorrisi, quando si incontrano.

Adesso le rispettive lobby saranno arrabbiate, indignate, preoccupate. Avrebbero preferito un duello muscolare, una presa d’atto della reciproca forza, oppure una empirica distanza, un forte nulla di fatto (stile-Reagan). Invece, non è stato così. I due leader mondiali si sono intesi. C’è chi preferisce parlare di marketing, di auto-congratulazioni e non di diplomazia, ma il dato è tratto. Dopo mesi di distacco, di gelo, Russia e Usa ora si sono riavvicinate.

D’altra parte, Trump ci ha abituati e ha abituato il mondo alla sua comunicazione aggressiva ma altalenante, violenta ma pragmatica. Dove politica e interessi economici, imprenditoriali, marciano di pari passo: con e contro l’Europa, con e contro l’Inghilterra, con e contro la Corea del Nord etc. La sua parola d’ordine (e ci sta riuscendo bene) è sparigliare, rompere gli equilibri, nel nome e nel segno del “prima l’America”, la tutela del lavoro, dei prodotti americani, dell’economia americana.

Putin, dal canto suo, nel breve giro di poche settimane, ha incassato il successo mediatico dei mondiali e la fine dell’isolamento internazionale.

La sua proiezione politica, rispetto a Trump, è frutto della sedimentazione russa, della sua storia, grandezza e tradizione; è figlia dell’imperialismo militare sovietico, attualizzato dal sogno di Gorbaciov. Come dire, fine della guerra fredda e inizio di una cogestione duale del mondo: una partita a due per la pace o per la non guerra. Una strategia che ovviamente contrasta con gli apparati militari americani che ritengono il mondo un semplice prolungamento Usa.

E infatti, subito stanno serpeggiando critiche che evidenziano il presunto sbraco di Trump: “Putin non ha interferito sul voto americano, Trump è stato convinto, l’Fbi scaricata di fatto, Trump ha ceduto sul Russiagate”, e così via.
Sta di fatto che Trump a Helsinki è sembrato tornato alla prima fase della sua presidenza: quando “osò” dire ai suoi cittadini che anche l’America ha commesso errori pensando di essere l’impero del bene”.
Ma durerà questo nuovo feeling? Putin appare più solido, Trump più liquido. Ci saranno altre recite e altre frizioni? Ma se la forza di Putin è la stabilità e la linearità, la forza di Trump è l’oscillazione e la contraddizione. Ai posteri l’ardua sentenza.

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