Marchionne, la Grecia e la Ue: quando la vita non vale niente

Politica

Forse 100 morti nel rogo greco; Sergio Marchionne morto velocemente; la Ue che offre 6000 euro per incentivare l’accoglienza. Cos’hanno in comune queste notizie?
La risposta purtroppo è semplice e banale: l’indifferenza rispetto alla vita, sia attraverso la congiura del silenzio, la rimozione, lo spostamento della comunicazione, la sua relativizzazione; sia attraverso una narrazione umanitaria e buonista, che però non va all’essenza, alla sostanza delle cose, è astratta, rimane in superficie (silenzio e buonismo, sono le facce della stessa medaglia).

Prendiamo il caso di Sergio Marchionne, deceduto oggi.

Ciò che ha colpito le menti più libere, i lettori, i cittadini più attenti, è stata l’assoluta mancanza di sensibilità dei media e superiori e collaboratori del manager: solo titoli tecnici e poche testimonianze. Secche parole, ben calibrate dall’alto. Un’opacità sulla malattia, mascherata dal rispetto e dal pudore per un personaggio così importante, e un’enfasi quasi dovuta e meccanica per “il necessario avvicendamento aziendale”, interno alla Fca (con relativi conti sulle borse e i titoli in perdita evidenziati), come se niente fosse, come se non si fosse dentro un dramma personale e collettivo dai tanti significati.

E lo si è visto subito: appena operato Marchionne, qualche laconica dichiarazione medica, per azzerare e impedire sul nascere qualsiasi inchiesta o approfondimento tecnico sulla vicenda, e poi immediatamente la pubblicazione dei nomi dei nuovi manager, con conferenze stampa, senza nemmeno tentare un’analisi, un racconto sulle capacità di Marchionne, una trasparenza anche sull’operazione che lo ha riguardato.

Come se un obbligato segreto dovesse imporsi, mettendo nelle condizioni, chi voleva e vuole conoscere la verità, sia sulle sue condizioni di salute che lo hanno portato repentinamente al decesso, sia sulla possibile competizione intestina all’azienda, di essere accusato di morbosità inopportuna o di complottismo. E comunque gli ultimi giorni di Marchionne sono indicativi. In omaggio alla spietata legge dell’economia capitalistica che considera gli uomini macchine di produzione. E che quando queste macchine diventano pericolose, ostili, deboli e non servono più, vanno abbandonate e sostituite.

I roghi greci? Altra “disumanità istituzionale”, giocata su piani diversi rispetto al manager Fca. E’ il risultato della Troika (Commissione Europea, Fondo monetario internazionale, Banca Centrale Europea) e delle sue politiche economiche di austerità (ne sappiamo qualcosa pure noi, col rigorismo dei conti pubblici imposto dall’allora governo Monti), che hanno saccheggiato la Grecia, obbligandola a tagliare sul pubblico, sulla sanità, sui servizi, la pubblica amministrazione, la protezione civile, Vigili del fuoco compresi.

E si è visto proprio ieri: un paese in ginocchio che può contare solo sul volontariato e sul cuore delle persone. Anche così si uccide la gente, distruggendo, indebolendo, nel nome dell’austerity, l’economia di un paese, condannando le persone alla morte civile. Popolazione greca che evidentemente non gode dell’attenzione da parte della Ue se non come debitori da taglieggiare. Ricordiamo a tutti la cura da cavallo imposta da Bruxelles, con finanziarie sotto dettatura, a partire dalla correzione del bilancio del 16% del reddito nazionale.

Il piano salva-Grecia, numeri e conti alla mano, serviva solo per comprare tempo – a spese di tutti i membri della UE – per permettere alle banche tedesche – esposte verso il debito greco – di liberarsi dei titoli di Stato di Atene, o quantomeno, per recuperare una parte del loro valore.
La strategia di Bruxelles imposta ad Atene ha funzionato come i salassi che venivano prescritti a malati già deboli, finendo per ucciderli. Come racconta l’agenzia Sputnik Italia, dall’inizio del piano salva-Grecia, il Paese ha perso mezzo milione di abitanti. La mortalità è cresciuta: un greco su 4 oggi non ha accesso a cure mediche per lo smantellamento del sistema sanitario pubblico e la mancanza di denaro per le terapie. Il tasso di suicidi è cresciuto del 35,7 per cento. Quattro bambini su 10 vivono in povertà.La disoccupazione, che registrava un tasso del 10 per cento prima del governo Troika-Tsipras, si trova ora al 20 per cento. Solo il 35 per cento della popolazione è attiva, l’età media di chi lavora è salita per l’emigrazione massiccia dei giovani. Lo stipendio medio di un dipendente del settore privato non supera i 500 euro e le pensioni sono state tagliate ben 13 volte. Il 35,6 per cento dei greci è oltre la soglia della povertà. Il debito pubblico era attorno al 100 per cento del PIL, adesso sfiora il 190, molti vivono di carità privata.
Non credo ci sia nulla da aggiungere. E ci meravigliamo che ieri non siano intervenuti mezzi funzionanti e operatori del soccorso in grado di fermare il fuoco?

Dulcis in fundo, la ricetta della Ue (6mila euro) per incentivare l’accoglienza, cui ha risposto sdegnato Salvini: “Non accettiamo l’elemosina”.

Al di là delle polemiche politiche, una cosa è certa: la logica è comprare la solidarietà. Anche questo è un modo economico di affrontare e gestire un dramma umano. E fa specie che pensi a tale soluzione proprio chi si erge a professionista dell’umanità, della solidarietà, sempre pronto a fare l’indignato morale quando piangono i bambini divisi dai genitori a seguito dei muri decisi da Trump, o quando si piangono i morti in mare “per colpa dei porti chiusi” del governo gialloverde e del ministro degli Interni.

Quegli stessi professionisti dell’umanità e della compassione che, valutando la loro proposta economica, considerano i migranti cittadini di serie a e i greci (ma pure gli italiani), cittadini di serie b.

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