Marchionne, parla Crosetto (FdI): “Quelle nostre serate davanti a una bistecca”

Interviste

Sergio Marchionne è morto, non ce l’ha fatta a vincere l’ultima battaglia, quella per la vita. In queste ore si continuano a leggere commenti molto negativi su di lui, alcuni purtroppo anche di pessimo gusto, che dimostrano come l’odio ideologico purtroppo prevalga spesso anche sull’umana pietà. Lo Speciale ha chiesto un ricordo dell’uomo e del manager ad uno che Marchionne lo ha conosciuto molto bene, il parlamentare di Fratelli d’Italia Guido Crosetto che seppur critico con certe scelte degli ultimi anni che hanno contribuito a far perdere a Fiat la sua caratteristica di “azienda italiana”, mantiene di lui un giudizio ottimo

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In che rapporti era con Sergio Marchionne?

“Ottimi, eravamo amici”.

Come nasce la vostra amicizia?

“Circa una quindicina di anni fa mi fu presentato da Umberto Agnelli. Legammo subito. per un certo periodo ci incontravamo all’incirca ogni quindici giorni e mangiavamo insieme una bistecca. Era una persona squisita. Poi dopo ovviamente i suoi molteplici impegni hanno rallentato questa frequentazione. Ma la stima è rimasta intatta anche se non ci vedevamo più da tempo”.

Che ricordi ha di quei momenti?

“Il ricordo di una bella amicizia. Ma se permette certi ricordi preferisco tenerli per me”.

In queste ore sono in tanti a descrivere Marchionne come un cinico, interessato soltanto agli interessi aziendali e quindi pronto anche a passare sulla pelle delle persone. Come risponde?

“Che è assurdo sostenere una cosa del genere. Marchionne era un manager, e un manager è chiamato a tutelare gli interessi dell’Azienda che dirige, perché poi deve rendere conto delle sue azioni e dei risultati conseguiti agli azionisti che gli hanno accordato fiducia. Certa gente dovrebbe ricordare che senza Marchionne oggi in Italia non avremmo più un solo posto di lavoro”.

Perché l’Italia dovrebbe essergli grata?

“Perché ha preso in mano la Fiat che stava sull’orlo del fallimento. La sua sembrava quasi un’impresa disperata. Non era facile convincere General Motors a versare due miliardi di dollari per rinunciare all’acquisto della Fiat sulla base di un accordo sottoscritto in precedenza. Marchionne invece ci è riuscito e con quei soldi ha poi tamponato la situazione debitoria fornendo alle banche creditrici tutte le garanzie richieste. E in questo modo, oltre a salvare Fiat, ha salvato anche centinaia di posti di lavoro”.

C’è chi scrive che senza i soldi di Obama, in un mix di statalismo e liberismo, non ce l’avrebbe mai fatta a salvare Chrysler?

“Obama potrà pure aver messo i soldi, ma è stato Marchionne a far risorgere Chrysler che stava fallendo con le sue strategie vincenti, restituendo poi i soldi ottenuti dal governo americano fino all’ultimo centesimo e con gli interessi. Credo che gli americani debbano fare un monumento all’uomo che ha salvato l’industria automobilistica statunitense”. 

Qual’era secondo lei la principale dote di Marchionne?

“Vede, credo che vada evidenziato un aspetto fondamentale. Sergio era laureato in filosofia e ritengo che questo abbia giocato un ruolo essenziale in certe sue strategie. Perché molto spesso il filosofo prevaleva sul tecnico. Proprio così, certe scelte che ha fatto sono state più motivate da principi filosofici che da ragioni prettamente tecniche e i risultati alla fine si sono visti. Ora però sono preoccupato”.

Da cosa?

“Mi preoccupa Mike Manley il nuovo ceo di Fca. Non perché non sia bravo e capace intendiamoci, ma perché è inglese. Marchionne comunque la si pensi era italiano e nonostante certe sue politiche discutibili degli ultimi anni che non ho condiviso, l’italianità con lui aveva comunque un peso. Temo ora andrà peggio, e per questo penso sia necessario impegnarsi ad ogni livello perché la scomparsa di Marchionne non finisca con l’incidere negativamente su quel poco che resta dell’industria automobilistica in Italia””.

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