Aborto, cosa insegna l’esempio della Chiesa e dei cattolici argentini

Politica

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Effetto-Argentina: ora papa Francesco tornerà nel suo Paese. La vittoria degli anti-abortisti (il voto del Senato che ieri ha ribaltato la decisione della Camera), è indubbiamente una sua vittoria.

E, da adesso in poi, il clima delle relazioni tra Santa Sede e Argentina, certamente, volgerà al sereno. La distanza del Papa rispetto alla Curia e al potere politico sud-americano, era palpabile e nota da tempo. Il Pontefice, infatti, non ha mai amato, né perdonato, la peronista Kirchner per l’approvazione dei matrimoni omosessuali, né sembra apprezzare l’attuale presidente liberal Macri: l’ostentata freddezza che ha mostrato al mondo quando è venuto in visita in Vaticano, ha confermato l’impressione degli addetti ai lavori.

Ma ora le cose sono cambiate. I fazzoletti azzurri (i cattolici e gli evangelici) hanno prevalso: in Argentina l’aborto resta un reato e non diventerà un diritto obbligato e obbligatorio. A meno che Macri non si inventi una sorta di compromesso.
Altro insegnamento: quando in un Paese i credenti sono uniti e la Chiesa sa da quale parte stare (la difesa e l’affermazione dei valori non negoziabili, come il diritto universale a nascere, la centralità della vita e della famiglia naturale), ossia c’è una Chiesa consapevole del suo ruolo storico, della sua missione e del suo destino civile e culturale, le battaglie contro la modernità laicista si vincono.
Chiesa consapevole e credenti uniti: non spezzettati in mille rivoli e distinguo ideologici e moralistici. Nulla a che vedere con le posizioni blande, annacquate che purtroppo conosciamo bene in Occidente e che portano a concepire battaglie per il diritto alla vita, come divisive, inutili, perdenti, talebane, nel nome di una misericordia senza verità. E’ la mistificazione del “chi sono io per giudicare”.

E quando c’è questa unità dal basso, di popolo, inesorabilmente la classe politica deve correre ai ripari, si spacca, abbandona casacche sbagliate e viene richiamata all’ordine: emblematico l’intervento di un senatore socialista argentino, che rompendo la disciplina di partito, si è dichiarato contrario all’aborto proprio per tutelare il diritto fondamentale alla vita e il diritto dei più deboli e indifesi a nascere, in perfetta coerenza con la battaglia socialista per i diritti dei lavoratori, delle donne, dei poveri e degli sfruttati.

Segno che è la classe politica che ha bisogno del popolo, non il popolo della classe politica.
E anche questo conferma che i “partiti-Brancaleone” (con dentro tutto e il contrario di tutto, cattolici, atei, laicisti, nazionalisti, europeisti, liberisti, socialisti etc), o i finti cattolici di professione, hanno fatto loro tempo. Deve tornare l’era dei partiti omogenei sui valori. E sulla vita, la famiglia, l’aborto, o si sta da una parte o dall’altra. La libertà di coscienza su questo, fa parte di un altro tempo. Finito, sbagliato. Fa parte di una laicità che si è trasformata in Occidente in promozione violenta dell’ateismo di Stato e del modello nord-europeo.

E non a caso i peronisti argentini si sono divisi: la stessa Kirchner ha votato per l’aborto. Dimostrazione che i partiti di centro-destra, liberal-liberisti, per la maggior parte dei casi (Forza Italia da noi) sono diventati irrimediabilmente laicisti.
E la violenza con cui i militanti filo-abortisti hanno scatenato la piazza ieri, evidenzia anche un pericoloso dato culturale: l’assolutismo ideologico e giacobino del laicismo e la sostanziale antidemocrazia dei custodi e sacerdoti della libertà, specialmente quando questa libertà e questa democrazia si orientano diversamente rispetto ai diktat e disegni globalisti e progressisti delle caste.

Sì, perché la modernità laicista è contrassegnata troppo spesso da fanatismo e intolleranza. Che si esprime in tanti modi. Con la piazza e con i media schierati.
Interessante ed educativo il lessico usato dai corrispondenti argentini dei nostri principali giornali. Prendiamo qualche articolo e titolo (dal Corriere della sera): “L’aborto resta illegale”, come se l’imperativo categorico debba essere la legalizzazione obbligatoria. Un titolo giusto e corretto sarebbe stato, semmai: “Vince il no all’aborto”. E’ chiedere troppo alla libertà e obiettività d’informazione?

E ancora (dentro il pezzo): “In Argentina, per adesso, l’aborto resterà proibito”. Tradotto dal politicamente e culturalmente corretto, “per adesso è proibito, tanto prima o poi trionferà la giustizia, la democrazia, quella che pensiamo noi”. E infine: “Notevoli le pressioni della Chiesa”, ossia, le pressioni, le minacce oscurantiste della Chiesa che hanno drogato il voto del Senato. Altrimenti avrebbe vinto il sì all’aborto.

E’ sempre la stessa storia: quando il popolo va da un’altra parte, per la sinistra è stato turlupinato dalle tv di Berlusconi, dall’odio di Salvini, dai Russi amici e alleati di Trump. Loro sono il bene tutto il resto è il male. E il male non può vincere.
Cosa avrebbe dovuto fare la Chiesa, rinunciare al suo ruolo sui valori di fondo della società? Limitarsi a stare zitta, a fare omelie inutili?

Papa Francesco infatti, è stato chiaro. Per lui l’aborto è “un nazismo con i guanti bianchi”. E’ ovvio che tale dichiarazione abbia avuto un peso in Argentina. E ci mancherebbe altro.
Considerazione finale: la cultura e i media liberal e radical, considerano la modernità laicista come irreversibile e il bene assoluto.

A parte i numeri sugli effetti della modernità laicista che promette libertà e felicità ai popoli e invece regala l’opposto (ad esempio in Italia, 6 milioni di morti per l’aborto, 7 milioni di consumatori di droga, 8 milioni di single, più 15% di morti per alcol, 13 milioni che fanno uso di psicofarmaci), la risposta da dare è che esiste anche un’altra modernità, una modernità antropologica, che non è sinonimo di passato, non vuole rimettere indietro le lancette della storia o tornare al medioevo. Vuol dire, proporre un altro senso al mondo moderno. A partire da un ripensamento dello Stato laico ottocentesco. E a partire dalla centralità della vita.

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