Tennis. L’arbitro macista e la Williams colta da “sindrome Mee Too”

Politica

Basta fare la vittima, dire che gli altri ti hanno offeso, ti hanno detto sporco negro o rivolto insulti sessisti (mix di razzismo e femminismo), per passare automaticamente, grazie al nuovo pensiero unico buonista, dalla parte della ragione?

Siamo di fronte a un altro esempio di vittimismo? Il tentativo della tennista-mamma Serena Williams di giustificare una sconfitta sportiva causata, non solo dalla maggiore bravura (va detto) della sua avversaria, la giovane Naomi Osaka, ma pure da un inciampo tecnico e da alcune penalità inflitte dall’arbitro (ingiuriato a lungo dalla ex campionessa), l’inflessibile portoghese Carlos Ramos.

Un uomo che già nel suo curriculum e nella percezione collettiva, in quanto inflessibile, capro espiatorio predestinato a rappresentare il macista cattivo, che con gli uomini si comporta diversamente.

E infatti, la Williams con voce roca e inflessibile, l’ha accusato pubblicamente e platealmente di fare due pesi e due misure: “Sei un ladro. Ho visto uomini dire le peggio cose e non venire mai multati”. Poi in conferenza-stampa, ha rincarato la dose: “Con un maschio non l’avrebbe fatto. Mi batto per la dignità delle donne”.

Una Crociata che ricorda molto da vicino quella di Asia Argento, finita poi al contrario, con l’indignazione che si è rovesciata. Non a caso anche la Williams ha avuto poca solidarietà. Solo una minoranza con lei come si legge sul Corriere.

Restano gli ingredienti diseducativi di questa vicenda: il connubio tra vittimismo e ideologia, che produce tossine velenose per la società. Un po’ come le trasmissioni da noi della De Filippi: ragazzini con l’ego ipertrofico, degni cittadini della società delle pulsioni dell’io, dell’individualismo di massa, che, mettendosi sullo stesso piano, contestano gli esperti, i competenti, i maestri di ballo, e nel caso di ieri, gli arbitri.

Personaggi attempati e in erba che non accettando i famosi no, i limiti, le sconfitte. I famosi no che aiutano a crescere. Contestazioni che nascondono sempre le responsabilità vere delle sconfitte, che sono individuali, e non aiutano a risollevarsi veramente.

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