Copyright UE, Becchi: “Legge anti-populisti prima delle Europee. Anche Dagospia a rischio”

Interviste

Il Parlamento europeo ha approvato la legge sul Copyright con 438 voti a favore, 226 contrari e 39 astensioni. Gli eurodeputati hanno approvato alcune modifiche proposte dal relatore Axel Voss agli articoli 11 e 13 i più contestati. Gli editori potranno richiedere a piattaforme online e aggregatori il pagamento di una tassa per la condivisione di un articolo con un’esenzione per “uso privato e non commerciale da parte di utenti individuali”. Per quanto riguarda invece la norma che rende responsabili le piattaforme digitali delle violazioni di copyright, la regola è imposta solo  ai “fornitori di servizi che condividono contenuto online” (i colossi come Google per esempio) e non a tutti gli operatori. Una legge che comunque fa discutere. Lo Speciale ne ha parlato il filosofo Paolo Becchi.

Molti vedono dietro questa legge una filosofia oscurantista. Si vuole imbavagliare la rete per bloccare la possibilità di fare contro informazione. E’ davvero così?

“Mi sembra abbastanza evidente. Stanno provando a censurare la rete in tutti i modi possibili ed immaginabili. Del resto se non possiamo affermare oltre ogni ragionevole dubbio che Trump ha vinto le elezioni presidenziali unicamente grazie ai social, non possiamo neanche negare che abbiano svolto un ruolo chiave, considerando che aveva contro tutti i media statunitensi. Penso che anche la fine del berlusconismo in Italia sia dipeso molto dalla contro-informazione della rete”.

In che senso?

“Nel senso che il leader di Forza Italia si è sempre identificato con la televisione mentre sui social è molto debole, fino a pochi mesi fa aveva addirittura meno followers del sottoscritto. E’ sicuramente molto meno social di Salvini e Renzi e direi pure di Di Maio che può contare su una struttura che lavora per lui. E’ chiaro che c’è da parte di chi vede a rischio il mantenimento del potere la volontà di imporre limiti alla libera circolazione delle idee e delle informazioni sul web. E’ una specie di istinto di sopravvivenza. Il pensiero che circola in rete è un pensiero per sua natura libero, che diventa virale anche se due tre persone molto seguite rilanciano la stessa idea. Mi chiedo cosa potrebbe accadere con questa legge ad un sito come Dagospia, dove si trovano notizie impossibili da rinvenire altrove e che poi nella stragrande maggioranza dei casi si rivelano veritiere e finiscono con il fare opinione. Riuscirà a sopravvivere o rischierà la chiusura?”.

Il rischio maggiore quale sarebbe?

“Quello di non poter più smontare le falsità della propaganda cosiddetta ufficiale. Temo che l’obiettivo dell’Europa sia quello di voler impedire la possibilità di esprimere una narrazione alternativa. Non sono dell’idea che tutto debba passare in rete, sono convinto che la televisione abbia ancora un forte potere nella società, ma è soltanto sui social che si possono leggere certe cose. Giornali e tv non ne parlerebbero mai, semplicemente perché si tratta di un pensiero cosiddetto scomodo e come tale da non propagandare. Anche se poi quel pensiero alla fine è condiviso dalla stragrande maggioranza delle persone che non vuole omologarsi ad alcun dogma”.

C’è chi parla di emergenza democratica e teme addirittura la fine del dissenso. Siamo a questo punto?

“Ripeto, non sono dell’idea che la rete sia il paradiso e che tutto sia perfetto. E’ chiaro che servono delle censure se si manifestano espressioni di odio razziale o di istigazione alla violenza. Ma oggi vogliono mettere il bavaglio ai social soltanto perché sanno che la forza dei populisti sta proprrio lì. E lo stanno facendo oggi a pochi mesi dalle elezioni europee. Saranno coincidenze? Non credo proprio. Si vuole collocare la rete, che per sua natura segue le leggi dell’aria, sotto quelle della terra, e questo inevitabilmente stravolge il principio della libertà. Io sono per il software libero, e la critica che faccio per esempio alla Pattaforma Rousseau è data dal fatto che a mio giudizio è troppo chiusa”.

Non pensa tuttavia che i cittadini abbiano ormai acquisito una maturità tale da sfidare ogni tipo di censura? 

“Quello sì, ma oggi sulla rete è possibile sbugiardare la prima pagina di un grande giornale smontando le falsità che questo racconta. Se passa questa legge potrebbe non essere più possibile farlo. E quali altri strumenti avrebbe il cittadino per smontare  una determinata tesi? Scrivere al direttore che può decidere di non pubblicare il testo o di modificarlo come piace a lui? Gli stessi giornali per sopravvivere sono stati costretti a mettersi in rete visto che sono sempre di meno quelli che comprano il cartaceo. Il fatto è che sulla rete uno vale uno, non ci sono storie e tutti insieme fanno crescere l’intelligenza collettiva. Ma si stanno rendendo conto che è cresciuta troppo e così non sanno come obbligare i cittadini ad abbevarsi unicamente alle narrazioni di giornali e televisioni. E la televisione per quanto ridimensionata continua ad avere il suo peso”. 

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