Mario Mieli in un film coi soldi pubblici. Strano concetto di qualità artistica

Politica

Non è un atto di accusa, né un giudizio sulla vita travagliata e disperata di Mario Mieli; ribelle, inquieto, in eterno dissidio con la sua famiglia, e “maledetto” (suicidatosi nel 1983), come è stato definito e si è sempre definito. L’attivista gay, che ha lambito in modo controverso e sofferente la politica, dai radicali all’estrema sinistra, fondatore del Fronte unitario omosessuali italiani (Fuori), con alcune parentesi in carcere e in cliniche psichiatriche (è arrivato perfino a tentare di uccidere il padre, come racconta nel suo libro “Il risveglio dei faraoni”), con una parabola finale verso l’esoterismo, l’alchimia e appunto, le discendenze faraoniche, sarà ricordato in un film dal titolo “Gli anni amari”.

Il tema infatti, non è privato, ma pubblico. Il film sulla sua vita è stato considerato “di particolare qualità artistica” e per questo ha beneficiato di cospicui fondi pubblici: 150mila euro dalle casse dello Stato (Ministero dei beni e delle attività culturali), 105mila euro dalla Regione Emilia Romagna e un buon contributo da parte della Apulia film commission, che ha attinto per l’occasione al Fondo Europeo di sviluppo regionale.

Nulla osta sulle qualità presunte o reali del film, ma visto che si tratta di un’opera che ha goduto di fondi statali, la domanda è d’obbligo. Ha a che vedere con la cultura, con la pedagogia civile, l’etica, la morale pubblica cui tanto si richiamano, registi, autori, produttori e intellettuali politicamente e culturalmente corretti, specialmente quando i film sono critici nei confronti della vita e del modello rappresentato ad esempio, da Silvio Berlusconi (si pensi a “Loro” di Paolo Sorrentino)?

Se guardiamo al messaggio in vita di Mario Mieli c’è quanto meno da restare interdetti. Nel suo libro “Elementi di critica omosessuale” (la sua tesi di laurea pubblicata da Einaudi nel 1977), parla normalmente di eros libero transessuale come liberazione dalla bipolarità maschio-femmina, e di legittimazione della pedofilia: “Noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino l’essere umano potenzialmente libero, noi possiamo amare i bambini, possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di eros”. Infine, negli ultimi anni della sua vita arrivò addirittura a teorizzare la pratica della coprofagia.
Non sembrano modelli di vita da considerare legittimi e normali sul piano civile e culturale. Un conto è l’aspetto individuale, legato ad una generazione che ha fatto della provocazione uno stile di vita, un conto è lo stile di vita accettabile per una società che ancora si considera a misura d’uomo e non delle sue pulsioni a 360 gradi.

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