Arancia meccanica a Lanciano, Meluzzi: “Bande addestrate a rapine: chi sono e cosa fare”

Interviste

Orrore a Lanciano. Un medico e la moglie sono stati pestati a sangue e seviziati da quattro banditi entrati nella loro villa. I malviventi erano alla ricerca di una cassaforte che in realtà non c’era e non trovandola si sono scagliati contro i coniugi. Il marito è stato riempito di botte, mentre alla donna, nel tentativo di obbligare l’uomo a rivelare il nascondiglio della cassaforte, è stato amputato il lobo di un orecchio con una roncola. Il figlio disabile che si trovava in casa al momento della rapina è stato invece risparmiato.  I due sono ricoverati in prognosi riservata all’ospedale di Lanciano ma non sono in pericolo di vita. Lo Speciale ha parlato di questa orribile vicenda con lo psichiatra e crimonologo Alessandro Meluzzi.

Professore, ma che sta succedendo? Un tempo subire un furto in casa alla fine costava tanta paura e nulla di più, oggi come nel caso dei coniugi di Lanciano c’è soltanto da meravigliarsi che siano ancora vivi. Con quali conseguenze?

Siamo davanti ad una rapina accompagnata da lesioni gravissime, non soltanto corporali come l’amputazione di un orecchio, ma anche psicologiche perché nella migliore delle ipotesi queste persone vivranno una sindrome post traumatica da stress che definirei tragica. Avere soltanto la percezione che qualche sconosciuto con cattive intenzioni possa stare ai piedi del nostro letto, è una lesione non del nostro patrimonio, non del nostro benessere generale, ma della nostra salute. Questo trauma genera danni biologici, esistenziali, è un qualcosa che anche dal punto di vista della fattispecie penale non può essere assimilata al semplice furto in appartamento, perché è un qualcosa di molto più grave e devastante”. 

Ma che tipo di criminali sono questi, così spietati da arrivare pure ad amputare il lobo di un orecchio?

Sono bande ben organizzate e addestrate. Questi banditi non a caso sono andati dritti alla ricerca di un’ipotetica cassaforte. Se questa c’è meglio, ma se disgraziatamente come in questo caso non esiste o magari contiene meno di ciò che i rapinatori esigono, allora scatta la violenza, il pestaggio, la tortura: prima nel tentativo di carpire eventuali segreti, poi preso atto che la cassaforte non c’è davvero, per scaricare la propria rabbia o frustrazione sulle vittime”.

Ma come fermare queste bande ed impedire che possano colpire ancora?

“Non è facile purtroppo, servirebbe una capacità investigativa talmente efficace da prevenire certi tipi di reati. Io capisco la logica di questo medico che ha detto chiaramente che non prenderà mai in mano una pistola per difendersi, dal momento che la difesa dei cittadini è compito dello Stato, ma purtroppo è impossibile mettere una camionetta dei carabinieri o della polizia fuori ad ogni villetta isolata. Direi che c’è un problema di sicurezza grosso come una casa che non può non essere affrontato alla radice. La risposta non è la militarizzazione del territorio, e forse non è neanche quella di dormire con la pistola carica nel letto perché non tutti saranno disposti ad usarla. Quindi l’unica cosa da fare sta nell’ individuare i bacini di provenienza di questi criminali cercando di prosciugarli. Con un milione di spostati in giro per l’Italia senza arte né parte, e soprattutto senza soldi in tasca e probabilmente senza un’identità accertata, è davvero difficile, per non dire impossibile, sradicare il fenomeno. La sicurezza degli italiani non potrà che peggiorare”.

Questa famiglia di Lanciano non si può considerare ricca. Chiunque potrebbe essere a rischio indipendentemente dal ceto d’appartenenza o dall’effettiva condizione patrimoniale?

“Ad essere rapinate non sono mai le case dei ricchi che sono ben presidiate con sistemi di allarme all’avanguardia, guardie private e quant’altro. Il bersaglio di queste bande sono proprio le case del ceto medio basso che ha sempre costituito la spina dorsale del sistema economico e produttivo italiano con il lavoro di una vita. Lavoro che rischia di andare in fumo nel giro di una sola notte”.

C’è chi parla di arancia meccanica: siamo a quel livello?

“Direi proprio di sì, nel momento stesso in cui il desiderio di razziare denaro, gioielli o altri oggetti preziosi si accompagna a violenze, torture, stupri”. 

Si può parlare in questi casi di “criminalità d’esportazione”, non tanto con riferimento alla nazionalità dei malviventi ma proprio ai metodi di consumare una rapina?

“In queste bande sono varie le categorie di provenienza. Molti di questi malviventi provengono dall’Est europeo segnato da guerre prolungate, tipo quelle del Kosovo o della Bosnia-Erzegovina dove ci sono stati fenomeni sanguinosi come le pulizie etniche durate per anni e che hanno portato alla nascita di formazioni pericolosissime e spietate. In certe zone del Kosovo e dell’ Erzegovina io stesso ho visto villaggi in cui sventolavano le bandiere dell’Isis. Altri criminali provengono poi dalla Cecenia e dalla Georgia. Poi c’è una delinquenza di provenienza magrebina, tunisina, algerina e marocchina legata al narcotraffico. E infine c’è in arrivo la mafia nigeriana, che però non ha ancora spiegato il suo raggio criminale nelle rapine in appartamento. Il panorama di quella che noi siamo soliti chiamare mafia è molto mutato. Siamo passati da Cosa Nostra che è diventata una società finanziaria, dalla ‘ndrangheta che è diventata una specie di assicurazione economica per il traffico di droga proveniente dalla Colombia, dalla camorra che ha perso la guerra a Castel Volturno con la criminalità nigeriana, ad una mafia straniera che presidia il territorio e sulla quale nessuno spende una parola per ragioni di realpolitik. Il fatto che questi gruppi criminali siano composti da immigrati non fa gridare allo scandalo i paladini dell’antimafia, nonostante un recente rapporto della Dia abbia evidenziato quanto queste mafie straniere siano sempre più estese e pericolose”.

Cosa fare a questo punto quando ci si trova queste persone in casa?

“Bisogna dare loro tutto quello che vogliono, sperando che non desiderino anche il corpo delle nostre mogli o delle nostre figlie. Vanno ammansiti come meglio si può, tenendo conto che il più delle volte quando compiono queste rapine sono anche strafatti di droghe, alcune delle quali possono anche scatenare istinti omicidi. Per chi giustamente non vuole usare le armi, non resta che affidarsi all’elettronica e dotarsi di sistemi di allarme, nella speranza che qualcuno possa raccogliere poi l’allarme in tempi rapidi. Un faro che si accende al momento dell’intrusione, un allarme che suona a sirene spiegate, è sempre un utile deterrente che potrebbe quanto meno scoraggiare o abbreviare la rapina”. 

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