Con Marcello Foa una Rai che sa distinguere tra opinioni e servizio pubblico

Politica

Finalmente qualcosa si muove in Rai. Il servizio pubblico da tempo è sinonimo di pensiero unico liberal e radical. Tutte le trasmissioni di dibattito politico, dietro la pretesa libertà di opinione, specialmente dopo il 4 marzo, hanno brillato in faziosità e pregiudizio: il vero razzismo italico.
Messaggio indiscusso: il governo Conte è il male, l’opposizione è democrazia e bene.

Il tema, d’altra parte, è noto: quando vince la sinistra, il servizio pubblico si rallegra e diventa inclusivo. Quando vince il centro-destra o qualcosa che non assomigli alla sinistra, ecco che i palinsesti evidenziano, drammatizzano, creano paura, angoscia: “Arriva il fascismo” (quando ha prevalso Berlusconi), “arriva Hitler” (la xenofobia, il razzismo), quando governa Salvini. E si è visto nella lettura dei fatti di cronaca, della serie, “la gente con i leghisti al governo, comincia a sparare, ad uccidere”, ignorando o minimizzando le smentite: dalle bufale del caso Daisy, dal business dell’immigrazione (i famosi sbarchi), agli stupri e le rapine degli extracomunitari etc.

Io personalmente, ho vissuto sulla mia pelle i danni delle campagne di indignazione morale a mezzo stampa. Era il 1994, il primo governo Berlusconi, e quindi, l’aria che si respirava in Rai, era il timore del nuovo (il mio direttore ed amico Marcello Veneziani era in pole position per essere valorizzato, cosa che accadrà in seguito). E che ti inventano i mistici della democrazia? Il teorema dell’epurazione, solo per salvaguardare le vecchie poltrone, frutto della partitocrazia della prima Repubblica. Un’operazione di puro stampo fascista e squadrista, che sicuramente avrebbe compiuto il governo di centro-destra, per nominare dirigenti graditi. Se al comando ci fosse stata la sinistra, invece, si sarebbe parlato di logico spoil system, all’americana.

Stesso clima si respira ora e si è respirato con la nomina di Marcello Foa alla presidenza del Cda Rai, grazie al mutamento degli equilibri nel centro-destra (il cambio di passo di Fi), dopo il famoso incontro “a due” di Arcore (Berlusconi e Salvini) e l’incontro “a tre” di Palazzo Grazioli (Berlusconi, Salvini e la Meloni). Un posto di potere, ma anche di grande prestigio per il servizio e il contributo virtuoso, a livello di informazione e formazione, che può dare alla nazione.

Il peccato originale di Foa è, ed è stato quello, di essere scelto dai cosiddetti populisti e sovranisti, sinonimo di male e pericolo. E ciò che non gli perdonano i radical e i liberal, è la sua assoluta libertà in materia di Europa, economia, caste e un post critico nei confronti del capo dello Stato Sergio Mattarella, che lui ha più volte avuto modo di spiegare.
Un uomo e un professionista che non fa mistero della sua radice cattolica, dei suoi maestri Montanelli e Mario Cervi (leggere l’intervista di oggi sul Corriere della Sera), e che non si nasconde dietro un dito: “Cambiare i direttori fa parte del mandato”.

A me ha colpito una frase che lui ha pronunciato all’atto di insediamento: “So distinguere tra opinioni personali e servizio pubblico”. Un’ottima affermazione, che rassicura e nobilita gli animi. Che differenza rispetto ai presunti pluralisti, i quali dichiarandosi “indipendenti e liberi”, gestiscono, e hanno gestito finora la Rai, come un servizio privato dell’ideologia dominante e come esecutori dei “padroni del vapore”

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