Caso Khashoggi imbarazza gli Usa: vacilla strategia filo saudita di Trump

Esteri

I rapporti fra Arabia Saudita e Stati Uniti rischiano di subire un duro contraccolpo alla luce delle novità emerse in merito alla presunta uccisione di Jamal Khashoggi, giornalista e dissidente politico misteriosamente scomparso dopo essere entrato nel consolato saudita di Istanbul senza più uscirne. Secondo gli investigatori turchi, il giornalista saudita da sempre apertamente critico nei confronti del principe ereditario Mohammed bin Salman, sarebbe stato torturato e fatto a pezzi all’interno del consolato «mentre era ancora in vita». Ci sarebbe anche una registrazione audio dei drammatici momenti in cui l’uomo veniva torturato e massacrato, dalla quale emergerebbe anche la presenza del console Mohammed al-Otaibi.

Una morte straziante quella racconta dai media turchi che riferiscono di notizie avute da fonti investigative. Khashoggi sarebbe stato prima mutilato delle mani, poi decapitato, fatto a pezzi e sciolto nell’acido. La tesi difensiva di Riad pare sia quella di sostenere che l’operazione sia andata oltre i limiti consentiti e che gli agenti, che si sarebbero dovuti limitare soltanto ad interrogare il giornalista o al massimo ad arrestarlo e condurlo fuori dalla Turchia, si sarebbero fatti prendere troppo la mano. Il presidente Usa Donald Trump sembra propendere circa la tesi dell’assoluta estraneità ai fatti del principe Salman, anche se uno degli uomini del comando che avrebbe sequestrato il giornalista, e condotto a termine il suo omicidio, sempre secondo fonti investigative diffuse dai media turchi, farebbe parte del suo entourage.

I rapporti fra Stati Uniti e Arabia Saudita sono da sempre oggetto di forti controversie soprattutto perché il Paese saudita è accusato di essere fra più inadempienti per ciò che concerne il rispetto dei diritti umani. Eppure gli americani hanno continuato in tutti questi anni ad identificare Riad come il principale interlocutore politico degli Usa nel mondo arabo, anche con l’intento di contrastare il potere e l’influenza dell’Iran sciita nel quadrante medio orientale. E questo ha portato molto spesso l’Occidente a chiudere gli occhi su tante denunciate violazioni ai diritti umani nel Paese e che in certi casi non hanno avuto davvero nulla da invidiare ad esempio a quelle avvenute in Iran o in Afghanistan ai tempi dei talebani. Anche perché l’Arabia Saudita è una monarchia assoluta dove il Corano funge da costituzione e dove non esiste un parlamento.

Un regime assolutistico che nega la libertà religiosa e i diritti alle donne, nonostante proprio il principe ereditario Salman si sia fatto negli ultimi tempi promotore di alcune riforme in tal senso. Negli Stati Uniti da anni sono attive organizzazioni umanitarie che denunciano le violazioni dei diritti umani a Riad e chiedono che il governo americano rompa le relazioni con il Paese. Il caso Khashoggi sta rischiano seriamente di compromettere un’alleanza solida e strategica, dal momento che per gli Usa è davvero difficile poter far finta che non sia successo nulla, ancora meno dopo le rivelazioni sempre più choccanti provenienti dai media turchi.

Trump ha chiesto un’indagine approfondita all’Arabia Saudita per fare piena luce sulla questione, ma dopo un’iniziale presa di posizione molto dura, nelle ultime ore il tono è profondamento cambiato. Dalla Casa Bianca si è prima affermato che ad uccidere il giornalista potevano essere stati dei terroristi infiltrati nel consolato e poi che il coinvolgimento delle autorità di Ryad è tutto da dimostrare. Insomma, la sensazione che si percepisce è che ancora una volta gli interessi economici, strategici, militari e geopolitici degli Stati Uniti finiranno per prevalere sulla necessità di fare piena luce su quello che viene da più parti dipinto come un barbaro assassinio. Salvo poi indignarsi per le violazioni dei diritti umani nei Paesi non propriamente amici di Washington. Ma questa è una vecchia storia.

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