Grillo e Mattarella, i veri poteri del presidente e la “distrazione di massa”

Politica

Grillo ci ha riprovato. Doveva inventarsi uno slogan per ringalluzzire la sua platea, ultimamente un po’ depressa. Nonostante l’impegno, di fronte ad un Circo Massimo non certo all’altezza delle grandi adunate del Movimento, e date le reazioni di tutti, non sembra esserci riuscito.

Nel passaggio dal “Vaffa day” a “l’Italia a 5Stelle” infatti, c’è tutta la trasformazione genetica dei grillini (e il momento delicato che stanno vivendo): da partito populista, moralista di opposizione forte, intransigente, anti-tutto (no Vax, no Tav etc), a partito modificato, governativo, moderato, giustizialista legalitario, portatore di un cambiamento istituzionale (governo del cambiamento, Manovra del cambiamento etc).

Una mutazione complessa, tenuto conto che un partito dei “no”, quando diventa il partito dei “sì”, inevitabilmente scontenta qualcuno. E poi, se agli annunci, alle eccessive aspettative di redenzione e rivoluzione totale, non seguono provvedimenti e fatti concreti, la delusione è doppia, rispetto, invece, a governi di basso profilo, nella forma e nella sostanza, come ad esempio, il governo Gentiloni, somaticamente e culturalmente senza grosse pretese.

E se poi, addirittura, si fa il governo dei cani e dei gatti, come è accaduto con Conte e la Lega, il lavoro è ancora più difficile.

Primo, per trovare una quadra alle scelte, una sintesi tra culture e provenienze diverse; secondo, per le inesorabili ricadute interne (gli elettori, i militanti), i malumori delle componenti meno disposte a cambiare, ad annacquarsi, a tradire la spinta originaria.

E Grillo, dicevamo, ha tentato questa operazione ieri: salvare capra e cavoli; capra grillina doc, denominazione di origine controllata, e cavoli governativi. Specialmente dopo la prima e vera frattura consumatasi tra Salvini e Di Maio (la storia della manina e relativi sospetti incrociati). E non a caso, il comico si è presentato sul palco della festa romana proprio con una manina.
Un po’ invecchiato e ingrassato, Grillo ha tuonato contro i poteri del presidente, ritenuti eccesivi e spropositati.

Bisognava trovare un nemico, un nuovo punto di riferimento negativo per giustificare i problemi di Palazzo Chigi (la Manovra, gli scontri con la Ue, le minoranze di Fico e Di Battista, i rapporti con la Lega etc), e il capro espiatorio è diventato il Quirinale, considerato il presidio del vecchio sistema, il garante di Bruxelles, il rappresentante di una democrazia ormai superata, quella parlamentare, che deve essere prima o poi, sostituita dalla democrazia diretta della rete sovrana (piattaforma Rousseau) e da nuove forme di partecipazione.

Certo, Mattarella, specialmente prima del varo dell’attuale esecutivo, ha agito come Costituzione prevede, e come impostazione personale ha sollecitato (impegno – va detto – non profuso alla vigilia degli altri governi): è un uomo legato alla democrazia classica, liberale di ispirazione cattolico-progressista, non ama populisti e sovranisti. Si è visto, dopo il 4 marzo, quando ha delimitato a priori le zone di consultazione dei partiti (Pd-5Stelle, Centro-destra-5Stelle), quando ha bocciato Savona e quando si è lanciato in continue reprimende ufficiali contro le politiche sull’immigrazione di Salvini e anti-europeiste dell’esecutivo.
Ma il dato costituzionale è oggettivo. Di quali poteri eccessivi parla Grillo? Per la Costituzione il presidente della Repubblica è influente giuridicamente all’inizio della legislazione e alla fine; formalmente ha molti poteri, ma di fatto è un arbitro, il suo vero ruolo è di moral suasion. Funzioni che, ripetiamo, nella gestazione dei governi risultano pesanti (si pensi ai ministeri concepiti dall’alto di Napolitano senza voto popolare, da Monti a Gentiloni, passando per Letta e Renzi), come risultano pesanti nei momenti di fine legislatura (per l’articolo 88, può sciogliere le Camere o una di queste), ma poi, non è “responsabile politicamente” (articolo 90), nomina il presidente del Consiglio e su proposta di questi i ministri (articolo 92), ma resistenze personali a parte (caso Savona), non può impedire governi frutto di maggioranze parlamentari, espressione del voto; promulga le leggi (articolo 87), ma se non concorda con queste (per ragioni legate alla mancanza di adesione alla Carta, o perché prive di coperture economiche), il suo veto (le rimanda alle Camere) la seconda volta non vale (articolo 74). Nessuno atto del Quirinale è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti (articolo 89).
Insomma, non è certamente solo un notaio, ma nemmeno un presidente di una Repubblica presidenziale.
I grillini sanno che la democrazia diretta porta inevitabilmente alla Repubblica presidenziale? A quell’ “autoritarismo” di Stato che (la semplificazione della politica e l’unità e velocità del comando), come hanno dimostrato di condividere se sono loro ai vertici e hanno dimostrato di odiare, se a rappresentare le istituzioni è un esponente della “casta”?
Come ne usciranno? Di Maio e soci, per il momento, hanno separato le scelte del partito dalle idee personali del guru, ma col presidenzialismo (comunque percepito dalla gente) potrebbero darsi una clamorosa zappa sui piedi.
A meno che, quella di Grillo non sia un’azione di distrazione di massa, per evitare lo sguardo troppo severo sui primi problemi governativi dei 5Stelle, in bilico tra Robespierre e Ancien Regime, tra annunci e realtà.

Condividi!