Ravasi, cattolici minoranza. Apriamo dibattito su nuova laicità dello Stato

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Il Cardinale Gianfranco Ravasi, biblista e ministro vaticano della cultura, quando afferma (intervista concessa al Corriere della sera) che i “cattolici sono una minoranza in Occidente”, dice una verità, ma cela una debolezza.

La verità è che considerare i popoli europei e in particolare, l’Italia (culla della cristianità), con una fetta maggioritaria che nei sondaggi e nelle statistiche, si definisce cattolico, e stare tranquilli per questo, è un grande errore.

E’ il retaggio di un’abitudine e di un atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche, che si fermano alla forma, alla patina esteriore e non alla sostanza. Un atteggiamento giustificato da superficialità o da antica supponenza, motivata dalla certezza, non priva di fondamento, che in fondo in ogni uomo, in ogni cittadino, c’è un cristiano e non lo sa.

La realtà, invece, è più allarmante: se separiamo il numero dei cristiani “fai da te”, che interpretano soggettivamente la religione, dai praticanti, il numero si riduce ancora. E non è detto (e qui ha ragione papa Francesco), che i praticanti siano obbligatoriamente i cristiani migliori.

Alcuni studi parlano di appena 5 milioni di credenti-praticanti su 60 milioni di italiani.

Bisogna rassegnarsi al popolo di Dio ridotto al lumicino? In fondo, è la profezia di papa Benedetto. Bisogna accettare l’apatia religiosa, l’indifferenza, l’equivalenza tra i bene e il male, quei “valori autoprodotti”, di cui parla con grande lucidità il Cardinale Ravasi?

Questa apatia, questo nichilismo, ultime declinazioni della secolarizzazione, infatti, sono peggiori del materialismo, del laicismo militante: almeno questi avversari del cristianesimo si mostravano, apparivano, combattevano frontalmente. L’apatia corrode da dentro.

La debolezza che si coglie nelle parole del Cardinale, è nella reazione al mondo contemporaneo. Posto che i cristiani sono solo una minoranza, ed è vero; come affrontare, combattere per la buona battaglia? Una battaglia privata, nella sfera personale della fede, e pubblica, nella difesa e affermazione di una modernità antropologica, di valori non negoziabili, o essenziali della società, ad esempio, il diritto universale a nascere, il diritto degli anziani a non essere lasciati soli, il diritto di un figlio ad avere una madre e un padre, la centralità della famiglia naturale?

Quando si ripropone la distinzione tra polis e fede, nella pur legittima finalità di evitare quel “minimo religioso”, cui si aggrappano le Chiese protestanti che concedono tutto al laicismo, invocando “l’urlo e non il sussurro”, si rischia di riproporre uno schema che si è rivelato perdente.

Oggi l’obiettivo è aprire un grande dibattito sulla nuova laicità. Che non è più la tutela della libertà religiosa, ma la promozione attiva dell’ateismo di Stato. Un dibattito antropologico teso a riposizionare lo Stato che non può essere neutro, avaloriale, sulla vita e sulla morte dei cittadini.

Il pericolo è non individuare le fonti che alimentano il laicismo, il nichilismo, e che hanno indebolito negli ultimi decenni proprio i credenti: l’abbraccio liberale (cattolici liberali) che ha ridotto la religione a sociologia delle opere o intimismo privato da vivere in Chiesa o in famiglia e basta; e che ha ridotto la dottrina sociale della Chiesa a pura astrazione letteraria, lasciando al liberismo economico e al liberalismo politico (apripista del laicismo), l’egemonia culturale della polis. E poi, questa impostazione non combatte veramente un altro male che ha svuotato la religione: il cristianesimo senza Cristo, il buonismo umanitario (che ritiene normale l’aborto e si indigna, si commuove per i bambini dei migranti che soffrono etc), lontano anni luce dalla dottrina cattolica, e che ha catturato anche tanti credenti.

Insomma, un interessante analisi quella del Cardinale Ravasi, ma anche uno spunto per una riflessione a 360 gradi. Nel momento in cui la denatalità ci potrebbe condurre all’estinzione come popolo, c’è bisogno del cristianesimo, quello autentico.

 

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