Megalizzi, eroe europeo. E se a morire fosse stato un giornalista sovranista?

Politica

Antonio Megalizzi, vittima innocente della follia terroristica, è stato dipinto come “un eroe europeo”. Si è esaltato il suo credo e la sua mission. Io penso, invece, che avremmo dovuto ricordarlo e commemorarlo soltanto come “persona normale” (il che nella società di oggi, è già un dato rivoluzionario). Un giovane giornalista che amava la sua professione e che aveva come legittimo diritto, delle idee ben precise. Nel suo caso, europeiste. Sacrosante. Il giornalismo, oltre alla verità, alla notizia, e all’accertamento dei fatti, dovrebbe recuperare la passione civile, l’amore per la polis.
E Megalizzi queste qualità e questi obiettivi ce li l’aveva. L’unico torto, trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Ma una riflessione sulla violenza degli ormai “cani sciolti” (di un’Isis che non esiste più), va fatta. E tralasciamo la strana coincidenza tra le concessioni di Macron ai gilet gialli, l’atto terroristico, le sbavature della polizia francese, che avrà unicamente l’effetto di silenziare una protesta dirompente, col richiamo alla pacificazione nazionale contro il terrorismo “per la libertà”, e magari pure con qualche legge per la sicurezza nazionale, tipo il divieto di scendere in piazza.

Torniamo al dunque. Negli ultimi tempi, gli attentati in Europa sono stati compiuti da cittadini francesi o belgi, di provenienza africana o mediorientale. Si tratta di integrati (parola forte) di terza o quarta generazione. Che in Europa non hanno trovato l’Eden economico, la realizzazione del sogno dei loro genitori, il riscatto esistenziale; al massimo sono stati ammassati nelle banlieues periferiche delle metropoli, ridotti a schiavi degli ingranaggi economici, costretti in molti casi a diventare manovalanza della criminalità (droga e altro). Poi, nelle galere, tutti “radicalizzati”.

C’è qualcosa che non quadra. E questo qualcosa va chiamato per nome: è il fallimento del concetto ideologico di sinistra del cittadino del mondo, del cosmopolitismo, dell’accoglienza globale, che nega le patrie, il diritto a non emigrare; nega il primato della “casa che accoglie” (le identità statuali, storiche, culturali, politiche e religiose dei popoli).

E i ragazzi di terza-quarta generazione cosa hanno fatto? Hanno mitizzato la loro origine, entrando nella devianza. Hanno trasformato la religione islamica in ideologia (categoria occidentale), manipolandola per disegni folli, come i brigatisti rossi fecero col marxismo, usato moralmente per la redenzione religiosa dei popoli “corrotti dal capitalismo e dagli Usa”. Ragazzi che fanno uso di droga e di musica rap (molto occidentalizzati), che poi sono “rinati” come integralisti religiosi.

E allora quali media, quali intellettuali, quali politici hanno creato lo scenario epico al povero giornalista Megalizzi, strumentalizzandone la morte? Proprio quelli (laicisti, mondialisti, globalisti, radical, liberal), responsabili del corto circuito che porta una parte (per ora largamente minoritaria) gli immigrati alla violenza e al sangue.
Centri di potere, caste che continuano con una narrazione religiosa di Europa e di umanità, negando la realtà dei fatti.
Una considerazione che, naturalmente, non c’entra nulla con le idee, ripetiamo legittime, del giovane giornalista.
Una domanda provocatoria: se a morire ci fosse stato un giornalista “populista” o “sovranista”, ci sarebbe stata tutta questa enfatizzazione?

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