Cento anni e non sentirli. Aridatece Andreotti

Politica

Cento anni non sono molti. Ma nella storia politica sono un millennio. I cento anni dalla nascita di Giulio Andreotti, hanno logorato, tanto per usare una tra le sue più felici battute, sia chi ha avuto il potere, sia chi non ce l’ha avuto.

Sarebbe bello, infatti, assistere oggi ad un dibattito tra lui e Salvini, Di Maio, o Renzi. Berlusconi, invece, l’ha sfiorato, lambito solo nell’ultima fase della sua vita. D’altra parte, aveva il processo in corso; un processo lungo, estenuante, simbolo di tutte le accuse che lo hanno riguardato e che hanno riguardato la Dc; un dibattimento che ha logorato pure lui. E che è finito nel modo più andreottiano possibile: archiviazione, non ha commesso il fatto. Lasciando in piedi molti dubbi e tutte le suggestioni del caso, anzi dei casi.

Ma che differenza rispetto ai leader attuali. Nel linguaggio, nella preparazione, nella capacità politico-amministrativa. Nemmeno lui negli ultimi anni della sua vita, riusciva a ricordare tutte le sue esperienze di Palazzo, il numero delle volte che ha presieduto il governo. Una carriera che inizia nell’immediato dopoguerra, come sottosegretario trentenne, nel primo gabinetto post-1946.

Il suo esempio, è oggettivo, rende alta la “consegna” della prima Repubblica, che alla luce della nostra terza Repubblica, sembra popolata da giganti. Vogliamo mettere Berlinguer, Almirante, rispetto alle mezze figure, agli “uomini-spot”, che abitano le nostre trasmissioni tv? Politici senza cultura, senza visione, frutto unicamente della mera pancia, dell’immagine, dello spettacolo, della rete?
E poi, ha rappresentato il segno tangibile dei cattolici in politica. Nel bene e nel male. Nel bene, perché ha dimostrato di saper superare quel vulnus che ha limitato e limita ancora, molti credenti: l’assenza di una coscienza politica, la mancanza di una seria cultura di governo, di senso dello Stato (per ragioni storiche risorgimentali), bloccati da un’eccessiva cultura della società e dei corpi intermedi. Nel male, perché ha associato questo superamento pure a ombre mai totalmente chiarite: (le stragi di Stato, la strategia della tensione, i rapporti con i servizi deviati, i falsi o veri golpe, i rapporti con la mafia, gli scandali pubblici, la corruzione che poi ha originato Tangentopoli, che ha decretato la morte della Dc etc).

La destra andreottiana, forte nella capitale e nel Lazio, non è stata esente dalla cattiva politica, da quelle metodologie del potere, che poi si sono trasferite negli altri partiti, agli albori della seconda Repubblica: da An a Fi e non solo. Basti ricordare i Giubilo, gli Sbardella, i Ciarrapico. Tutti uomini di Andreotti o vicini a lui.

Certo resterà il mistero. Chi era Andreotti? Mefistofele, Belzebù, Grande Vecchio: lui stesso ironizzava su appellativi, intrighi e mene che il giustizialismo non gli ha mai risparmiato. Grande tessitore della diplomazia internazionale, è stato un riferimento per tutti i grandi della terra a motivo della sua esperienza e del suo equilibrio, della sua paziente e tenace lungimiranza. Allievo prediletto e amico di De Gasperi, Fanfani, Moro, fu coevo di Churchill, Adenauer, Schuman, De Gaulle, Krusciov, Gromiko, Kennedy, Nixon, Breznev, Peres, Carter, Nasser, Mitterand, Thatcher, Kohl, Gorbaciov, intimo ai grandi Papi del secondo Novecento. La verità è che con lui se ne è andata una parte della nostra storia del dopoguerra.
E il primo passo che dobbiamo fare, per tornare italiani, avviando finalmente la pacificazione nazionale, è superare gli steccati, per recuperare quei valori condivisi e quella memoria accettata che ancora sono un nostro buco nero. E che ci impediscono di crescere come popolo.

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