Di Battista 2.0 contro Salvini. Ma è tutto studiato. Ecco come

Politica

Alessandro Di Battista è tornato. E’ tornato questo fine settimana? Con l’intervista di ieri a Fabio Fazio? No, in realtà già da settimane stava riaffermando, lentamente e inesorabilmente, la sua leadership, la sua presenza, il suo ruolo.

Anche gli incontri natalizi, le corse sulla neve con la moto-slittino insieme al suo amico-fraterno Luigi Di Maio, hanno fatto parte di una strategia di comunicazione ben precisa.
Anzi, diciamo, che Di Battista non se ne è mai andato. Il suo stesso viaggio un po’ New Age, un po’ fricchettone e un po’ Che Guevara, in giro per il mondo, aveva ed ha avuto un sapore politico.

E’ andato alla ricerca pellegrina delle radici del male: il capitalismo, lo sfruttamento, la guerra per le risorse energetiche, le cause della povertà, le ragioni dell’immigrazione biblica.
Ma guai a pensare che il suo presunto, vero ritorno, sia in contrasto con il vicepremier grillino.

Da Fabio Fazio, formalmente, ha confermato la sua fedeltà al governo gialloverde, in sostanza ha preso radicalmente le distanze dalle scelte di Matteo Salvini. E’ stata una dichiarazione di guerra?
Naturalmente oggi, la stampa annuncia ufficialmente la discesa in campo dell’opposizione grillina alla Lega. Antonio Tajani, punta sull’anello debole del governo, bombardando Palazzo Chigi, evidenziando le contraddizioni contrattuali, e insistendo sul demonio che sarebbero i pentastellati, come da indicazioni messianiche del redivivo Silvio Berlusconi, che ha sostituito l’anti-comunismo con l’anti-grillismo.

Ma è tutto un percorso marketing. Chi spera in un capitombolo del governo, in un infarto della coalizione, sbaglia.
Il polo populista sta occupando tutta l’offerta politica. Di Maio e Di Battista stanno solo gestendo ogni spazio possibile: di governo e di opposizione al governo, la destra e la sinistra grillina.
Basta pensare alle prossime elezioni europee e il teorema, la tattica, si capiscono bene.

Sei un grillino governativo, quasi “salvinizzato”, quasi convertito ai temi duri su immigrazione, sicurezza, anti-Ue? Scegli Di Maio. Sei nostalgico del movimentismo populista anti-partitocrazia, anti corruzione, adamantino e trasparente, abbastanza statalista? Scegli Di Battista. E’ un gioco delle parti per incassare il massimo di consenso.
Medesimo discorso in casa Lega. Basta analizzare, ad esempio, specularmente la spartizione di ruoli tra Salvini e Giorgetti. Tra leghisti doc e “grillizzati”.

E poi, se consideriamo i due partiti, Lega e 5Stelle, come sono, cioè soggetti interni alla nuova politica, il “partito-governo”, alias polo sovranista-populista, ha dentro una destra (Salvini), un centro (Conte), una sinistra (i grillini).
E quindi, i due faranno l’asso pigliatutto. E alle opposizioni non resterà nulla; solo le briciole elettorali. Fi è agonizzante. E d’altra parte, quale soluzione può uscire da un partito, come il Pd, che ha cambiato nella sua storia recente, almeno 5 volte il nome (dal Pci al Pds, poi hanno tolto la “pi”, lasciando Ds, poi hanno tolto la “esse”, lasciando Pd), con la classe dirigente che non cambia mai.

La proposta di mutare tutto ovviamente, è venuta da un nuovo acquisto, Calenda, che ha ipotizzato un’unione nuova con tutti dentro: un modo disperato di ricambiare le carte in tavola, non cambiando nulla.

Ma la storia repubblicana già ci ha fornito l’esempio plastico di partiti onnivori, con dentro una destra, una sinistra e un centro: il partito degli italiani (Pdl) di Berlusconi; il partito della nazione di Renzi, l’Ulivo di Prodi.
Populisti o parlamentaristi, siamo e resteremo l’Italia del gattopardo.

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