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La Shoah. Ecco perché non si esce dalla retorica e dal passato

4 minuti di lettura

Qualche parola sulla “giornata della memoria” va spesa. L’ultimo fatto di cronaca è l’indignazione morale, riportata su tutti i giornali, contro i nazionalisti polacchi colpevoli di essere scesi in piazza per ricordare non solo gli ebrei trucidati dai nazisti, ma anche i loro concittadini, sterminati dalle dittature, comunismo compreso.

Il problema è sempre lo stesso. La memoria che diventa “inutile esercizio retorico”. Lontano dalla verità e dalla realtà. O almeno avvertito, percepito, come tale. Discorsi di presidenti e politici astratti, manifestazioni rituali, ricorrente pianto mediatico dei sopravvissuti. E le nuove generazioni, la maggioranza dei cittadini, specialmente in Occidente, come è noto, che dimostrano indifferenza, nel nome e nel segno di un presente liquido che costituisce la cifra della politica e della cultura attuale.

Sì, perché l’opinione pubblica, almeno quella non politicizzata, va ammesso, avverte i 6 milioni di morti nei campi di concentramento nazisti, come passato, brutto, doloroso, ma passato, non come memoria. Il passato si consuma, evapora, sbiadisce. La memoria invece, resta, fa parte dell’identità, che in questo caso è il sangue e l’anima della civiltà.

E come fa un ricordo ad entrare saldamente nella memoria? Attualizzandolo, spiegando, ad esempio (qualche ipotesi di lavoro per esperti e storici), il vulnus della democrazia quanto diventa totalitarismo, quando la cultura si trasforma in ideologia, quando la semplificazione della rappresentanza, sostituisce la mediazione, quando la leadership sconfina nel leaderismo etc.
Tossine che potrebbero ripetersi in nuove forme storiche. Ma il male non è un corpo estraneo della democrazia, non è il sonno della ragione, ma un suo vulnus irrisolto. E anche queste tossine sono presenti ora nella nostra società europea.

E il limite della attualizzazione, quando qualcuno se ne occupa, è che diventa “strumentalizzazione politica”, vendita faziosa di un prodotto commerciale. Anche quest’anno infatti (sulla Shoah), le trasmissioni tv hanno avuto come gran finale l’identificazione tra il nazismo e le politiche anti-immigrati di Salvini, nuovo Hitler. E qui casca l’asino. Se la memoria affoga nella retorica e l’attualizzazione nella manipolazione ideologica a senso unico, il danno è irrecuperabile.

E dà luogo ad una interminabile guerra tra guelfi e ghibellini, che giustifica tutto e il contrario di tutto. E allora perché non ricordare i 100 milioni di morti che ha fatto il comunismo? Non vengono ricordati perché comunismo è ancora una parola moralmente magica, e semmai bisogna parlare di “degenerazione sovietica”, di stalinismo e non di male connaturato con la sua dottrina? E perché non ricordare degnamente le foibe e il sacrificio delle popolazioni istriane e dalmate? Perché si è trattato solo di 40mila persone? Per la coscienza sporca della sinistra (per loro erano fascisti), e della Dc che, sull’altare dei rapporti con l’atipico e irregolare rispetto a Mosca, maresciallo Tito, nascosero la verità su un eccidio etnico contro migliaia di italiani?

E allora, se vogliamo almeno lavorare non tanto per una memoria condivisa, ma almeno accettata, cominciamo ad attualizzare sul serio il passato. Un lavoro che deve iniziare, in primis, dai libri di testo, che finora più che storia, su temi così delicati, hanno fatto unicamente ideologia della storia.

Fabio Torriero

Come giornalista, ho attraversato la comunicazione a 360 gradi (carta stampata, tv, radio, web). Ho lavorato presso Cenacoli, Fondazioni (Fare Futuro), sono stato spin doctor di ministri e leader politici, ho scritto una ventina di libri (politologia, riforme etc.) e i miei direttori storici e maestri sono stati Marcello Veneziani e Vittorio Feltri. Insegno all'Università comunicazione politica. Il giornalismo online è la mia ultima vocazione.

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