Sanremo. Mahmood usato contro Salvini e Ultimo solo secondo

Politica

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E ti pareva che non vinceva Mahmood? Naturalmente nulla contro di lui, né contro la sua canzone (questioni di gusto, il ritornello per molti è orecchiabile in quanto ripetitivo, al limite del robotico; un ritornello in un testo comunque interessante, almeno opposto al mondo esistenziale di Achille Lauro), ma la riflessione va fatta sul messaggio. Che ha richiamato direttamente chi scrive al premio Nobel per la pace, assegnato a gente come Peres, Rabin e Arafat, che non erano proprio impegnati a farla. Fu allora un suggerimento internazionale, una pia speranza, un auspicio.

A Sanremo (tornando alle canzonette), infatti, è innegabile, che la vittoria del cantante italo-sardo-egiziano, assuma un significato proprio nei valori che il giovane incarna: integrazione, nuova cittadinanza, assenza di conflitti, di porti chiusi e assenza di xenofobia. Per carità, tutto lecito, ma emblematico della rivincita delle caste anti-governo gialloverde (in primis i giornalisti).
E visto che la nuova Rai, a detta dei protagonisti, ha imbrigliato la comicità storicamente ideologica e a sinistra (in primis, la sofferenza di Claudio Bisio), ci ha pensato la giuria.

Una risposta di fatto alla politica sull’immigrazione di Salvini. Per il resto, come abbiamo già detto su Lo Speciale, la sessantanovesima edizione del festival, ha visto la vittoria indubbia del trio Baglioni-Bisio-Raffaele, i soli a spiccare veramente, di fronte ad una schiera di vecchie glorie, svociate come Patty Pravo e Loredana Bertè, una maggioranza di cantanti di mezza schiera o buoni da recuperare, e rapper agganciati dal sistema commerciale e dal paternalismo intellettuale progressista (operazione non andata in porto per l’evidente incompatibilità dei testi, delle sonorità e del mercato generazionale con la musica leggera).

Hanno brillato, come scritto, Simone Cristicchi (un inno ai valori umani e cristiani, magari troppo recitati), ed Enrico Nigiotti, col suo ricordo struggente e poetico del nonno.
A livello pedagogico due concetti da fissare a futura memoria: un artista (Achille Lauro), accusato di evocare l’ecstasy, come stile di vita (dal nome della sua canzone, Rolls Royce), non può cavarsela prendendo in giro tutti quelli che gliel’hanno ricordato (Staffelli), ma dovrebbe pensare di più a quei tanti giovani fragili, che cadono nella droga e imitano modelli di vita sbagliati ed autodistruttivi, come i cantanti famosi citati nella sua canzone. Dalle sue parole, nelle sue tante interviste, non ha mai preso nettamente le distanze dalla droga.

Preoccupa l’atteggiamento di Ultimo che non ha accettato la giuria e non si è presentato per protesta alla replica tv di domenica pomeriggio. E’ arrivato “solo” secondo: lesa maestà. Questo è il risultato di certi programmi tv, dove non si accettano i no, la sconfitta, la critica, non si governa la competizione, dove si contestano i risultati e non si fa mai autocritica. A chi scrive Ultimo sembra stonato, ma potrebbe essere un’impressione del televisore. E allora? Deve partire la Santa Inquisizione?

Infine, la levata di scudi dei cantanti amici di cordata, come pare, della Berté, in quanto pure loro solidali con la cantante che doveva vincere per forza. E pure loro assenti alla trasmissione di Mara Venier. Ma dovevano vincere tutti? Anche questo è il frutto di una società malata. E Sanremo è l’autobiografia di una nazione

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