Serena Mollicone, parla Meluzzi: “Indizi convergenti e quello strano suicidio”

Interviste

Svolta nell’omicidio di Serena Mollicone, la ragazza uccisa in circostanze misteriose ad Arce diciotto anni fa. I Carabinieri del Ris hanno in pratica ridisegnato la scena del delitto, chiedendo l’incriminazione di cinque persone. Secondo l’informativa depositata in Procura, Serena sarebbe stata uccisa nel corso di una lite avvenuta all’interno della caserma dei Carabinieri di Arce, avuta con Marco Mottola figlio dell’ex comandante della stazione ed in presenza dei suoi genitori. Sarebbe stata colpita e sbattuta violentemente contro la porta dell’abitazione dell’ex maresciallo e sarebbe morta battendo la testa. Il motivo della lite non è chiaro, si pensa possa essere legato ad accuse di spaccio di droga rivolte da Serena all’indirizzo del ragazzo. Per la famiglia Mottola, padre madre e figlio, viene ipotizzata l’accusa di omicidio volontario e occultamento di cadavere: poi ci sono altri due carabinieri accusati, uno di favoreggiamento, l’altro di concorso morale. La famiglia Mottola, tramite il proprio legale, ha respinto le accuse parlando di quadro indiziario totalmente privo di ogni logica, e anche Marco Mottola, raggiunto dal Tg1, ha negato ogni responsabilità sua e dei familiari nell’omicidio. Ora bisognerà attendere gli sviluppi delle indagini e capire le mosse che farà la Procura di Cassino. Abbiamo provato ad esaminare la vicenda con lo psichiatra e criminologo forense Alessandro Meluzzi.

Che idea si è fatto di questa vicenda? E’ credibile la tesi accusatoria contenuta nell’informativa dei Ris?

“Il quadro accusatorio è credibile, così come quello di molti altri casi risolti a distanza di anni da quando si sono verificati. Questo è spesso avvenuto perché le indagini preliminari non erano state svolte con professionalità, o in molti casi perché erano stati messi in atto veri e propri depistaggi. Non so se anche in questa vicenda ci siano state omissioni o indagini inquinate, ce lo diranno i magistrati alla luce dei nuovi sviluppi. Non dimentichiamo che in questo giallo c’è anche un suicidio da chiarire, quello del brigadiere Tuzi, che riferì agli inquirenti di aver accolto Serena in caserma la mattina in cui è scomparsa e di aver avuto disposizioni di lasciarla salire nell’abitazione dell’ex comandante. Un suicidio molto sospetto, come del resto tutti quelli che si verificano nel contesto di delitti deve le persone che si tolgono la vita possono diventare teste chiave”.

L’accusa si basa sulle perizie di un’esperta dell’Istituto di medicina legale di Milano che avrebbe confermato la piena compatibilità della frattura cranica della Mollicone con il segno di effrazione sulla porta di legno della caserma. Poi i Ris avrebbero anche riscontrato frammenti di porta e di vernice della stessa caserma fra i capelli della vittima. L’avvocato dei Mottola però sostiene che tutto questo sarebbe assurdo, visto che la porta incriminata è rimasta al suo posto per tredici anni e nessuno si sarebbe preoccupato di far sparire gli eventuali elementi di prova. Anche questo non è strano?

“In tutti i processi indiziari si raccolgono una serie di indizi che poi però per diventare prove devono essere convergenti, concordanti e compatibili fra loro. Non sempre è facile trasformare gli indizi in prove, ma è altrettanto vero che non è sufficiente aver lasciato un indizio per poter dire che una persona è innocente. Non è detto insomma che l’aver trascurato il fatto che un indizio potesse poi diventare un elemento di prova, sia sufficiente a scagionare un sospettato. Ora vedremo come evolverà la vicenda. Va dato atto al padre di Serena Mollicone di non aver mai abbassato la guardia, di aver lottato per arrivare alla verità. Forse oggi questa verità è più vicina. Lo speriamo per lui che merita di avere giustizia”.

In base alla sua esperienza, e facendo il paragone con altri delitti basati su indizi, pensa che gli elementi raccolti siano in grado di poter supportare un’accusa di omicidio volontario? 

Molti delitti, penso per esempio a quello dell’Olgiata, si sono potuti risolvere man mano che le tecniche investigative si sono evolute, sono diventate più rigorose. Questo fa parte della naturale evoluzione dei sistemi di indagine che porta spesso a rivalutare elementi che in passato magari non erano stati evidenziati o non ritenuti rilevanti proprio a causa di una scarsità di mezzi a disposizione. Ecco perché magari capita che dopo venti anni si riapra un caso rimasto irrisolto. Devo dire che sul delitto di Arce siamo stati sempre tutti convinti che lo scenario più credibile fosse questo”.

Su che basi?

“Sulla base del misterioso suicidio del brigadiere, l’unico a poter testimoniare la presenza effettiva di Serena in quella caserma la mattina della scomparsa, e poi il fatto che la ragazza pare fosse a conoscenza di una presunta attività di spaccio del figlio dell’ex comandante e avesse minacciato di denunciarlo. Per finire con i tentativi di incastrare altre persone poi scagionate. Ora vedremo se la Procura sarà in grado di far valere la tesi accusatoria e convincere i giudici sull’efficacia delle indagini svolte. Tutto dipenderà dalla capacità di far diventare questi indizi convergenti, prove in grado di condurre in una precisa direzione. Naturalmente la difesa farà le sue contromosse per smontare la credibilità degli elementi raccolti e vedremo alla fine chi sarà stato più bravo”.

 

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