Primarie Pd, Geloni: “Prodi sbaglia analisi. Cosa insegna la Sardegna”

Interviste

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“Andate a votare alle primarie del Partito Democratico, il Pd è l’unica alternativa a questa destra”. Parola di Romano Prodi che ha diffuso un video messaggio dove invita a recarsi ai gazebo domenica 3 marzo e partecipare alle primarie dem per eleggere il nuovo segretario. La sfida è a tre fra Nicola Zingaretti, Maurizio Martina e Roberto Giachetti, con il governatore del Lazio al momento favorito. Prodi tuttavia non sembra fare alcun endorsement in favore di nessuno, limitandosi soltanto ad auspicare una larghissima mobilitazione. Ne abbiamo parlato con la giornalista e politologa Chiara Geloni, responsabile del sito online di Articolo 1-Mdp, che pur avendo ribadito con un post su Facebook di non partecipare alle primarie, ha comunque confermato di guardare con grande interesse ai risultati.

Prodi torna in campo e invita gli italiani a votare alle primarie, ribadendo che il Pd è l’unica alternativa a questo governo. E’ d’accordo?

Ho il massimo rispetto per la figura di Romano Prodi e per le sue opinioni condivise da tanti, ma mi sembra che nelle ultime elezioni in Sardegna e in Abruzzo, il Pd abbia preso meno della metà dei voti ottenuti dalla coalizione di centrosinistra. Quindi dire che il Pd è l’unica alternativa, mi pare un po’azzardato. Sicuramente non si può prescindere dal Pd per costruire un’alternativa, ma penso che l’area di centrosinistra che si oppone a questo governo oggi sia molto più grande rispetto alle dimensioni attuali del Partito democratico. Forse grande anche più del doppio. L’artifizio retorico cui fa ricorso Prodi lo capisco, ma temo non abbia corrispondenza con la realtà”.

Prodi non ha dato indicazioni in favore di nessun candidato. Perché? Per lui la vittoria dell’uno o dell’altro è indifferente?

“Non significa nulla, Prodi fa così da anni. In occasione delle primarie ha fatto sempre questo tipo di dichiarazioni, non mi risulta abbia mai fatto endorsement in favore di qualcuno”.

Domenica si vota. In queste settimane si sono in qualche modo comprese le differenze fra i tre candidati in corsa?

Fa ben sperare il fatto che il Pd, durante questa campagna congressuale, abbia fatto delle scelte giuste tanto in Abruzzo che in Sardegna, scelte che pur non avendo condotto il centrosinistra alla vittoria, hanno comunque favorito un recupero di consenso intorno a quest’area, rispetto ai risultati del 4 marzo 2018. Per quanto riguarda i candidati non mi pare siano riusciti nell’intento di far capire bene quello che intendono fare se verranno eletti. Non a caso stiamo tutti aspettando i risultati delle primarie per capire cosa potrà accadere”.

In Sardegna il candidato del centrosinistra Zedda ha ottenuto un discreto successo personale, andando oltre la stessa coalizione che lo sosteneva. Forse proprio perché non è espressione della dirigenza dem?

“La Sardegna ha dimostrato, come già l’Abruzzo, che un centrosinistra plurale e aperto a contributi civici, capace di scegliere candidati in grado di rappresentare una reale sintesi, è molto positivo. Un centrosinistra che non snatura le proprie caratteristiche e posizioni utilizzando il suo radicamento come elemento di forza, può essere realmente competitivo. Poi è ovvio che in questo momento sta soffiando nel Paese un forte vento di destra, ma la lezione di queste regionali è molto chiara. Il Pd dovrebbe capire che l’avversario da battere è la destra e che contro questa dovrebbe iniziare una seria battaglia culturale e politica in grado di incidere nel profondo del Paese. A sentire il Pd degli ultimi anni sembrava che l’unico problema fosse contrastare i grillini, senza escludere la possibilità di rapporti amichevoli con pezzi di centrodestra. Il centrodestra invece è molto forte e compatto, non si lascia scomporre dalle avance del Pd, ed è capace di intercettare un sentimento profondo nel Paese. Finché non si affronta questo problema non si tornerà a vincere”.

Renzi è rimasto fuori da queste primarie, ma alla luce dello scontro all’interno della mozione Martina fra l’ex ministro dell’Agricoltura e il suo braccio destro Matteo Richetti, sono stati comunque un elemento di disturbo?

“E’ difficile parlare di renziani se si pensa che fino ad un anno fa nel Pd lo erano quasi tutti. Oggi è naturale che si trovino divisi fra le varie mozioni. Vedremo i risultati finali, ma questa campagna congressuale ha chiaramente dimostrato che difficilmente può esistere un renzismo moderato o una via d’uscita morbida da quella logica. O si chiude con quella stagione come alcuni coraggiosamente hanno fatto senza livori o rivendicazioni particolari, oppure si resta ancorati lì. Qualsiasi tentativo di superare moderatamente quella fase viene tacciato di tradimento. Quindi o si resta renziani o si rompe con il renzismo. Vie di mezzo non sono ammesse. La mozione Martina penso risenta del fallimento del tentativo di uscita morbida dal renzismo. Poi vedremo chi avrà ragione”.

Lei ha ribadito che non andrà a votare. Ma chi spera vinca la sfida?

“Rispondere a questa domanda sarebbe inopportuno. E’ evidente, anche da ciò che ho detto in questa intervista, che ci sono candidati lontani dalla mia visione politica. Non penso di dover aggiungere altro”.

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