L’imprenditore Brazzale sarà al WCF: “Coniugare famiglia e lavoro si può. Ecco come”

Interviste

E’ possibile coniugare famiglia e lavoro? Certamente sì, come ci conferma l’imprenditore Roberto Brazzale che parteciperà al Congresso mondiale delle Famiglie (WCF) in programma a Verona dal 29 al 31 marzo. Brazzale Spa è la più antica realtà lattiero casearia italiana attiva ininterrottamente dal 1784 per un totale di otto generazioni. I suoi stabilimenti sono presenti in Italia e all’estero, nella Repubblica Ceca, in Brasile, negli Stati Uniti e in Cina per oltre 700 dipendenti. La sede principale si trova a Zanè in provincia di Vicenza. La combinazione tra radici agricole e cultura industriale ha permesso alla famiglia Brazzale di raggiungere negli anni posizioni di primato a livello nazionale. Accanto alla attività di produzione attraverso filiere innovative ecosostenibili, il gruppo ha sviluppato nella Republica Ceca una propria catena di vendita al dettaglio che serve 1,5 milioni di clienti all’anno e conta 150 dipendenti diretti. Brazzale spiega perché oggi in Italia è così difficile valorizzare il ruolo della famiglia e soprattutto coniugare maternità e lavoro, al punto che tante donne rinunciano a fare figli proprio per il timore di vedersi precludere la possibilità di una carriera professionale.

Perché ha scelto di partecipare al Congresso di Verona?

“Partecipo sempre molto volentieri a tutte le iniziative in cui mi è chiesto di esporre la nostra esperienza in fatto di maternità e paternità coniugate con il lavoro”.

Infatti spesso il lavoro è considerato il principale nemico della natalità. Perché è sbagliato pensarla in questo modo?

“Nella nostra azienda abbiamo messo in atto una misura dal grandissimo valore simbolico. Abbiamo introdotto il “Baby Bonus” cioè una mensilità aggiuntiva per i genitori, non importa se maschio o femmina, che abbiano un figlio o abbiano scelto di adottarlo. Questo senza alcuna contrattualizzazione o accordo sindacale, non servono. E’ un’iniziativa con la quale mandiamo un messaggio a tutta l’azienda: i progetti dei nostri dipendenti che intendono mettere al mondo figli sono la priorità. E’ solo l’inizio, perché il vero obiettivo è ben altro”.

Quale?

“Si dovrebbe estendere per legge il congedo parentale, per mamma o papà a scelta, fino a tre anni dalla nascita del figlio, ovviamente facoltativo, come vediamo fare nella Repubblica Ceca con straordinari risultati. Siamo impegnati per sollecitare in tal senso il mondo della politica e quello sindacale, ma anche in azienda stiamo provando ad estendere il limite attuale di un anno, anche se in modo sperimentale e tra mille difficoltà burocratiche e legislative”.

Questo permetterebbe di conciliare lavoro e famiglia?

” Veniamo da generazioni in cui i nostri progenitori sapevano coniugare perfettamente attività lavorativa e cura della famiglia. Basta guardare alla storia per poter affermare che questa contrapposizione è sbagliata. Una cosa è certa: oggi il sistema della contrattualistica del lavoro e quello previdenziale sono strutturati in maniera ostile. Siamo molto lontani anche rispetto a Paesi civili al di là dei nostri confini. Senza un’estensione del congedo parentale non si compie il salto decisivo. Questa è la soluzione vera, le altre misure sono soltanto dei palliativi, inclusi gli asili che piacciono molto ai sindacati perché moltiplicano posti di lavoro. In Repubblica Ceca la mamma, o il papà, sta a casa con il bambino, con immensi vantaggi economici, sociali ed affettivi. Le piazze ed i parchi sono pieni di carrozzine: questo dovrebbe essere il modello cui aspirare”.

Pensa sia possibile raggiungere l’obiettivo e come?

“Per realizzarlo dobbiamo sfidare l’egoismo senile. La nostra società ha fissato da tempo le sue priorità: le pensioni sono in cima alla lista, la maternità in fondo. I pensionati detengono ormai la maggioranza delle tessere sindacali, ed assorbono dallo Stato quasi 250 miliardi di risorse l’anno, di cui una fetta rilevante dalle risorse erariali. E, siccome tutti prima o poi si vedono pensionati mentre si è genitori per un breve periodo nella vita, nessuno spinge per ridurre quei benefici. E’ la società della paura e della mente servile tipica del welfare moderno. Per la maternità si stanziano briciole. Finché resterà una priorità tutelare soltanto i pensionati, la condizione dei genitori continuerà a rimanere del tutto secondaria e precaria. Le risorse sono limitate, non credete alle illusioni keynesiane, quindi è necessario ristabilire le priorità attraverso un braccio di ferro sociale e generazionale. Mi piacerebbe che i giovani scioperassero contro gli anziani egoisti. L’Italia fortunatamente è un Paese che ha tante piccole e medie imprese che garantiscono la salute economica e sociale, però in quelle l’impatto della maternità si fa sentire molto di più, dunque dovrebbero essere aiutate con un adeguato sistema di previdenza collettivo. Il fatto che in un’azienda, quando una dipendente va in maternità il datore di lavoro si mette le mani nei capelli, avviene proprio perché lo Stato ed i sindacati non danno alcuna priorità allo sviluppo della natalità”.

Servirebbe quindi un cambio di mentalità a 360 gradi?

“Non abbiamo tempo di attendere un cambio di mentalità, bisogna dare il via ad una battaglia politica intergenerazionale, confidando nell’appoggio degli adulti più sensati e responsabili. Si deve cambiare urgentemente le priorità nell’uso delle risorse, togliendone una parte dal monte pensioni o dagli altri mille privilegi e sprechi, inclusi quelli dati alle imprese, e destinandole ai genitori che vogliano dei figli. Solo con il 5% del monte pensioni si farebbero grandi cose. Ci vorrebbe un patto generazionale: non ha senso parlare di destra o sinistra, qui il conflitto è tra giovani e vecchi. E’ la prima volta nella storia che succede. E’ una battaglia da fare oggi contro l’ attuale politica e l’attuale sindacato. Qui non si tratta di poesia ma di prosa, e molto scabra. Bisogna avere il coraggio di dire che gli adulti e gli anziani sono scandalosamente egoisti, perché assorbono montagne di risorse, negando ai figli le condizioni per procreare altri figli. Gli effetti più devastanti della parabola demografica si avranno quando loro saranno già morti. Ma non mi faccio illusioni: i neonati non votano, e ancora meno i bambini che non nasceranno mai. Poi certo, tutto questo gioca contro il modello di donna promosso negli ultimi decenni dalla cultura occidentale”.

In che modo?

“La maternità non è vista come una straordinaria realizzazione per la donna, e per l’uomo, da conciliare armonicamente con la professione, nella quale la donna ormai ha fatto dei passi da gigante ed è sempre più insostituibile, bensì come un intralcio alla realizzazione di un modello tutto orientato al successo nel lavoro, nella carriera. Anche i maschi hanno gravi responsabilità perché faticano ad assumere un ruolo più solidale con la donna madre”.

Pensa che dal congresso di Verona potranno arrivare risposte?

“Ripeto, qui serve agire. Lo si vuole o no il congedo parentale per tre anni? Sì o no? Basta una settimana per realizzarlo se c’è volontà politica, copiando quello che fanno i paesi più civili. Le mezze misure sono inutili. Ci vogliono passi decisi, fatti concreti perché i giovani possano acquistare fiducia. Le risorse ci sono, punto e basta. Vanno tolte ad altri, è scorretto dirlo ma è la sola verità. E’ scelta politica, non filosofia. E con la stima immensa che nutro per il ministro Fontana devo dire con rammarico che questo governo non ha fatto niente, immagino il suo personale disappunto. Le grandi priorità, sbandierate come trofei, sono state il reddito di cittadinanza e quota cento, ancora due provvedimenti che vanno a beneficiare adulti ed anziani, mentre le giovani coppie soffrono in silenzio rinviando o rinunciando ai loro progetti in un mondo che non li vuole accogliere. Ho ancora davanti agli occhi il volto terreo di quella dipendente che mi annunciò la sua prima gravidanza come fosse una tragedia, da lì nacque l’idea del Baby Bonus. Quella italiana è una inciviltà vergognosa, ormai diventata cultura diffusa verso la quale ci si è rassegnati. Noi no”.

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