Verona. Si può essere cattolici in Italia? Ecco perché danno fastidio

Politica

Archiviato il congresso mondiale delle famiglie di Verona, cosa resterà delle tematiche, delle tante proposte ascoltate ed enumerate come lista della spesa (a fronte di pochissime risposte)? Il dubbio di aver assistito ad una narrazione virtuale, propagandistica, in vista delle elezioni europee, è forte.

Abbiamo visto da una parte, la Lega molto attiva nel tentare di recuperare il consenso “bianco”, oggi in bilico per l’opposizione di papa Francesco alle politiche di Salvini sull’immigrazione. E dall’altra, lo scatenarsi di tutta la galassia laicista (sinistra, femministe, lobby Lgbt di lotta e di governo, in testa la Cirinnà, la Boldrini, Spadafora). La sensazione è che si tratti, purtroppo, di una grande operazione di distrazione di massa, rispetto ai veri temi: i numeri economici, sociali, istituzionali.

E, come se non bastasse, a tale guerra si sono aggiunte le fibrillazioni interne della maggioranza (il duello tra Salvini e Di Maio), confermando quella crisi di nervi che da mesi sta caratterizzando il governo.
Ma la domanda che va posta a bocce ferme è la seguente: si può essere ancora cattolici in Italia? Nel senso di una presenza pubblica rilevante e incisiva?

Negli ultimi anni media, cultura, politica, spettacolo, hanno lavorato incessantemente per cambiare le parole, i criteri di interpretazione della realtà, i modi di pensare. Verona, ha avuto il pregio di bloccare la “Finestra di Overton”, di ricordare altre parole, altri modi di pensare, altri valori: i cattolici esistono, non stanno solo in Chiesa, o nei gruppi chiusi, dicono la loro, vogliono fare politica autonomamente, determinare l’agenda politica o dentro i vari partiti, o costituendo un proprio soggetto unitario. E questo non è accettabile per il pensiero unico. Da qui la reazione scomposta, velenosa, giacobina, della sinistra “radicale di massa”.

La verità è che c’è in atto, in Italia e in Europa, oltre alla nuova categoria “alto-basso” (popoli contro caste), un drammatico scontro culturale tra due idee di modernità (“antropologia contro ideologia”): quella laicista, basata sul primato dell’individuo, dei diritti civili soggettivi, e appunto, la modernità antropologica (non il passato), incentrata sul primato della famiglia, della relazione, della comunità, dei corpi intermedi; basata sul diritto alla vita e la famiglia naturale.

Quando una madre non è più colei che partorisce, un padre non è più colui che genera, i figli si possono comprare, il sesso si può decidere con la mente (ogni desiderio deve diventare un diritto), e si uccide per fare del bene (eutanasia, aborto in Belgio e Olanda), vuol dire che sta cambiando il paradigma dell’umanità.

La modernità antropologica, è ovvio, non può essere accettata dal politicamente corretto. Così si spiega tutta la campagna di fango che è stata orchestrata: i Gay Pride sono l’estensione dei diritti, i cattolici negano i diritti, vogliono far tornare le donne in casa, Medioevo: tra gli slogan più reiterati. Ma quando si organizzano i famosi Gay Pride qualcuno chiede ai cattolici il loro parere sui panel, su chi interviene, su quale storia hanno gli ospiti e ciò che hanno detto dieci anni prima? E ancora: si imbastiscono processi mediatici su come devono essere i cattolici, applicando loro le categorie della politica (ultracattolici, conservatori, democratici)? Al punto da stupirsi se i credenti, pur rispettando le leggi dello Stato, sono contrari all’aborto? Che novità è?

Papa Francesco va bene sull’immigrazione, ma quando dice che l’aborto è un “sicario dai guanti bianchi” o che il gender è “un errore della mente”, non va più bene? Il cattolico è tutto ciò, o non è. Non si può prendere la dottrina solo nel pezzo che fa più comodo.

Proposta: bisogna proporre un dibattito sulla laicità da ripensare. Da decenni non è più la tutela della libertà religiosa, ma la promozione attiva e imposta dell’ateismo di Stato. E lo Stato non può essere più neutro rispetto alla vita e alla morte. Il tema è che il “partito della vita” (i credenti) viene accusato di fascismo e oscurantismo, mentre il “partito della bella morte” si autocertifica come vita e amore.

Ma il vero oscurantismo è chi manipola l’informazione, impedisce il pensiero altrui, vuole imporre un modello unico di civiltà. E’ chi di fronte alla verità (il famoso gadget del feto) dice che è mostruosa, perché teme proprio quella realtà che mira a nascondere.

Oggi in Italia la gente comune, grazie al bombardamento mediatico e culturale, pensa normalmente che esista una famiglia “tradizionale”, vecchia, superata, e una “famiglia moderna”, aperta a tutti in gusti. I professionisti della costituzione, che non perdono un momento per strumentalizzarla contro gli avversari politici (la resistenza antifascista contro lo “xenofobo” Salvini o contro il “quasi fascista” Berlusconi), alla prova dei fatti, la ignorano.

C’è l’articolo 29 della Costituzione che parla di famiglia naturale (la Repubblica non la definisce, ma la riconosce, come preesistente allo Stato), e le “formazioni sociali” (unioni civili). Dove sta la famiglia tradizionale e dove sta quella moderna?

Infine, il cosiddetto passato: a questo punto vorrei lanciare un “Comitato di elogio del Medioevo”. Sanno gli “ideologi della storia” che le streghe sono state bruciate dopo? Cosi come le guerre di religione etc? Conoscono la Scolastica, Giotto, Dante, Sant’Agostino, il tomismo, l’economia curtense, il lavoro degli amanuensi delle cattedrali, grazie ai quali si è tramandata la cultura classica?

Il Medioevo è venuto dopo il paganesimo. E oggi la società è neo-pagana; quindi è più indietro del Medioevo. Nella società pagana la vita valeva zero (la dignità umana la dobbiamo al cristianesimo), c’era la schiavitù; imperatori e patrizi avevano il “puer” da iniziare (quella pedofilia che qualcuno oggi chiamerebbe amore intergenerazionale), nelle terme si praticava la promiscuità sessuale, c’era il dio-gatto e il dio-cane (gli animali erano dei): ci dice niente?

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