Notre Dame. La Pasqua prima di Pasqua. L’identità cristiana europea risorge

Politica

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L’incendio che ha devastato la cattedrale di Notre Dame a Parigi ha tante letture. In attesa di scoprire le cause di tale dramma (incendio doloso, oppure legato ai lavori di ristrutturazione), una cosa è certa.

Come tutte le tragedie dal fortissimo impatto emotivo, ci rende tutti orfani di qualcosa di importante, di fondamentale, di essenziale per le nostre esistenze. Come se si spegnesse una lampadina, si spegnesse una luce, un soffio vitale. E’ l’identità. Una parola che il pensiero unico laicista e globalista tende a sopprimere, annullare, annacquare, o ad accostare ad un valore negativo: sinonimo di guerre, conflitti, egoismi, chiusure, muri.

E invece, l’identità risorge proprio quando è minacciata, colpita, attaccata. E le fiamme di Parigi da questo punto di vista, hanno acquistato un valore salvifico. Nel momento più doloroso, di fronte allo spettacolo infernale di un simbolo della cristianità che muore, di una guglia che crolla, di quel medioevo tanto demonizzato dai fan, guru, e sacerdoti della modernità, quel simbolo risorge, nei cuori e nella parte più nobile di ognuno di noi.

Come la Croce, che si gira. Al male, all’odio, al tradimento, al senso di impotenza e fallimento, reagisce col bene, l’amore, la fedeltà, la salvezza per l’umanità. Vedere tanti giovani, tanto popolo francese pregare spontaneamente per le strade vicine alla Chiesa, indifferenti alle richieste della polizia, di allontanarsi dal pericolo, ha commosso l’umanità e ha dato all’opinione pubblica non solo transalpina, quelle risposte che danno fastidio al politicamente corretto.

L’identità cristiana, cuore della nostra storia, i simboli della nostra religione, sono vivi e risorti.

Un bell’esempio di una Pasqua prima della Pasqua. Il fondamento dell’Europa migliore, quelle radici cristiane che l’attuale Ue, nel preambolo della sua Costituzione, ha preferito rimuovere, sono inossidabili.
La devastazione di Parigi non si può trattare semplicemente come un dato architettonico o museale da restaurare, come qualcuno ha tentato di fare ieri in tv da noi, né ammorbidendone il significato spirituale (crolla un simbolo importante solo per i cristiani). E trovo addirittura offensivo il tentativo della cultura dominante di ricomprendere il dramma a un lutto per “ognuno di noi”, laici o credenti, quel patrimonio comune storico a cui ha fatto riferimento Macron.

Mi dispiace, ma quel patrimonio non appartiene a Macron, né alla sua identità, né ai suoi sodali. Il presidente della Repubblica francese è figlio eterodiretto di quelle lobby che stanno cancellando culturalmente le identità facendo finta di rappresentarle.

E fa rabbia pensare che alcuni siti arabi abbiano ripreso manifestazioni di giubilo da parte di cittadini islamici, contenti di veder crollare uno dei simboli della cristianità, segno che la guerra di religione e il pericolo legato al fondamentalismo islamico, non è un’invenzione giornalistica, mentre cattolici e musulani hanno una missione da compiere insieme: impedire l’ateizzazione del mondo, la cacciata di Dio dalla storia dei popoli.

Ed è indubbio che in Francia si assista da mesi, fenomeno sottovalutato dalle autorità francesi, a continui reati nei confronti delle Chiese (furti, attentati, dissacrazioni sataniste, demolizioni sospette). Autorità francesi tanto efficienti quando si tratta di reprimere i gilet gialli o ingerirsi economicamente in Africa, col quel franco all’origine di tanta povertà e quindi di tanta migrazione sulle nostre coste, e tanto lenti, invece, nello spegnere un fuoco, iniziato ad ardere alle 18,30 e che ha visto interventi organizzati solo verso le 21,00.

Ha colpito infatti, la presenza impotente di Macron.

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