“La verità del Freddo”, parla il gioielliere Giansanti: “Banda della Magliana? La realtà spazza il mito”

Interviste

Condividi!

Martedì 21 maggio alle ore 15 a Roma, presso la sede della Stampa estera in via dell’Umiltà n. 83 sarà presentato il libro intervista di Raffaella Fanelli a Maurizio Abbatino intitolato La verità del Freddo. La storia. I delitti. I retroscena. L’ultima testimonianza del capo della banda della Magliana. Maurizio Abbatino parla e racconta quello che ha visto e vissuto in prima persona. Anni di delitti, di vendette, di potere incontrastato su Roma e non solo. Misteri italiani, dal delitto Pecorelli all’omicidio di Aldo Moro, fino alla scomparsa di Emanuela Orlandi. Protagonista di una stagione di sangue che ha segnato la storia più nera del nostro paese; fondatore e capo, con Franco Giuseppucci, della banda della Magliana, Abbatino è l’ultimo sopravvissuto di un’organizzazione che per anni si è mossa a braccetto con servizi segreti, mafia e massoneria. Alla presentazione interverrà Roberto Giansanti il gioielliere rapito dalla banda il 16 maggio 1977 e tenuto prigioniero per due mesi, che ha avuto modo di raccontare già il dramma vissuto nel libro Il sequestro Giansanti. 16 maggio 1977 quando a Roma la Banda della Magliana rapiva il gioielliere, scritto insieme a Raffaella Perleonardi e uscito nel 2015. Lo Speciale lo ha intervistato.

Perché ha deciso di partecipare alla presentazione del libro intervista su Abbatino?

“Sono stato chiamato alla presentazione di questo libro per dare il mio contributo e raccontare situazioni e anedotti riguardanti la Banda della Magliana. Quando Abbatino fu catturato all’estero e riportato in Italia, dopo qualche mese venni chiamato dal Tribunale perché lui aveva fatto i nomi dei suoi vecchi complici, ad iniziare da quelli che avevano effettuato il sequestro del duca Grazioli avvenuto subito dopo il mio. Fui chiamato perché nove di queste persone rischiavano di uscire per decorrenza dei termini di carcerazione. Fu quindi messo in piedi un veloce processo per bloccare queste scarcerazioni e fu in realtà l’unica volta in cui venni chiamato per parlare del mio sequestro. Non fui invece ascoltato nel processo contro la Banda della Magliana perché pare avessero rubato il fascicolo relativo al mio sequestro, nonostante avessi contribuito a far arrestare Giuseppucci”. 

Ma cos’era davvero la Banda della Magliana? Sono nate tante leggende metropolitane ma lei che l’ha conosciuta sulla propria pelle come la descriverebbe?

“La Banda della Magliana è stata molto mitizzata, i personaggi che ne hanno fatto parte nell’immaginario collettivo sono ritenuti quasi degli eroi, seppur negativi, persone senza paura. Invece avendoci vissuto accanto per ben due mesi posso testimoniare che non erano affatto così. Ho assistito a situazioni davvero incredibili. Una volta la Polizia venne a fare un sopralluogo nei pressi del luogo dove ero detenuto e ricordo la paura che si presero i miei carcerieri. Mi misero una pistola alla tempia per non farmi parlare. Erano terrorizzati e la cosa mi lasciò di stucco. Non facevano che menarmi per dimostrare quanto fossero cattivi e spietati, poi appena sentivano una sirena anche a distanza che passava da quelle parti per caso, se la facevano letteralmente sotto. Tutti possiamo avere paura, è normale, ma loro fremevano. Una volta quasi per giustificarsi mi dissero che non avevano paura tanto dei singoli poliziotti o carabinieri, ma dei dirigenti che erano persone capaci e che spesso si leggeva sui giornali portavano a termine brillanti operazioni”.

Difficile credere una cosa del genere di fronte all’immagine offerta dalle trasposizioni cinematografiche.

“Invece erano proprio così. A sentirli parlare facevano quasi tenerezza. Discutevano di come avrebbero poi speso i soldi ottenuti con i sequestri e sentivi quelli di Roma che facevano gli spacconi essendo gli altri totalmente sprovveduti. Erano talmente terrorizzati che emettevano continuamente rumori posteriori. Una volta chiesi ad uno se per caso stesse male e mi rispose che io non potevo neanche immaginare la paura che aveva addosso”. 

Ha mai avuto il timore di non uscire vivo in quelle settimane?

“Assolutamente sì. Oltre alla manovalanza criminale che come detto era fatta per lo più di inetti, si capiva che c’era dietro un’organizzazione quando sentivi parlare continuamente delle disposizioni date da un certo ‘oto’. Dopo il mio rilascio ho scoperto che probabilmente si trattava di Amleto Fabiani detto ‘vòto’. Quando fui rapito mi massacrarono di botte. Ero convinto che non ne sarei mai uscito vivo. Badi bene che in realtà il sequestro era indirizzato verso mio figlio in quanto, oltre che figlio di un gioielliere, anche nipote di un grosso agricoltore. Puntavano così a colpire con lui due famiglie. Solo che il giorno del sequestro io e mia moglie ci eravamo scambiati le auto pochi minuti prima, quindi in garage i rapitori trovarono me. Il motivo per cui mi massacrarono di botte fu perché temevano che fossi armato. Invece di rompere il vetro dell’auto mi fracassarono la testa”.

Racconterà tutto questo alla presentazione del libro?

“Mi fa piacere partecipare, perché tutto questo fa parte di un percorso che io ho vissuto personalmente e questi personaggi è come se fossero un po’ dei cattivi compagni di scuola. Quando sei vissuto due mesi al loro fianco e li hai sentiti parlare nonostante la cera nelle orecchie, puoi affermare di averli imparati a conoscere a fondo, hai compreso il loro stato d’animo, le loro ansie e paure, ogni loro debolezza. Ho sempre cercato di capire chi fosse l’uomo che ogni volta che mi sentivo male mi assisteva con cura e garantiva la mia sopravvivenza. Consideri che in quel periodo soffrivo di un grave problema cardiaco e dovevo partire per l’America per operarmi al cuore. Questa persona era l’unica del gruppo che si mostrava molto paziente ed umana con me al punto da rassicurarmi ogni volta che stavo male, dicendomi che se mi fossi aggravato mi avrebbe caricato lui personalmente su un’auto e lasciato davanti ad un ospedale. Se non fosse stato per lui forse sarei morto di stenti, poi grazie a Dio dopo il mio rilascio con cure adeguate mi sono rimesso in sesto”.

Cosa pensa di Maurizio Abbatino, detto “il Freddo” protagonista del libro?

“Abbatino è stato l’unico che ha avuto il coraggio di denunciare la banda ed uscire dal gruppo, di questo gli va dato atto e non comprendo perché gli sia stata revocata la scorta visto il grave pericolo cui ritengo continui ad essere esposto. Oggi la Banda della Magliana rivive nei figli di quella generazione che non sono però come i padri. Sono passati quarantadue anni e oggi basta nominare la Banda della Magliana per trovarsi di fronte due sentimenti contrapposti. Chi non l’ha conosciuta davvero conserva l’immagine quasi mitica offerta dalle fiction televisive, mentre a chi l’ha vista concretamente in azione fa ancora tanta paura”. 

Con quale spirito dunque sarà presente all’evento?

“Vado con lo spirito di chi ha subito un grande dramma di cui porta ancora in parte le conseguenze pur senza essere depresso, in quanto consapevole di avercela fatta ad uscire vivo a differenza di altri. Non ho mai capito sinceramente perché nessuno mi abbia chiamato a testimoniare nel processo, nonostante come detto il mio contributo fosse stato determinante per far arrestare uno dei capi. Quando invece ci fu quel mini processo messo in piedi per evitare le scarcerazioni e fui chiamato a deporre, avvenne una cosa molto strana che ancora oggi mi inquieta molto. Riconobbi infatti uno dei miei sequestratori grazie alla sua altezza e lo indicai; questo per tutta risposta fece il gesto di spararmi alla tempia. Nessuno disse nulla o mosse un dito, ed ebbi come la sensazione che, chi doveva proteggermi, forse aveva più paura di me. Per altro stranamente anni prima, quando descrissi agli inquirenti questo personaggio facilmente riconoscibile proprio grazie alla statura, sembrava quasi che non esistesse, perché in nessuna foto segnaletica era possibile individuare un soggetto corrispondente ai canoni da me descritti. Ci sono aspetti di questa vicenda che continuano a risultarmi poco chiari”

Tagged