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Conte-fase2 anti like. Ultimatum più a Salvini che a Di Maio

Politica

Conte nella conferenza di ieri ha fatto per la prima volta “pubblicamente” (e non privatamente) i conti con sé stesso e con la sua maggioranza divisa, isterica e polemica.

Il suo è stato un atto di forza e di debolezza insieme. Sempre espressi con stile, con trasparenza, semplicità e fermezza.
Di forza, perché ha richiamato la sua compagine ministeriale a una prova di responsabilità, dimostrando in modo netto che è finito il tempo del premier-notaio, del premier “avvocato” non del popolo, ma di una parte politica (i 5Stelle), ma è il tempo del premier “coerente” e del premier “arbitro”. Che scende in campo nel momento di crisi, di eccezione.

E questo è il segno della debolezza. La conferenza oltre a una tinta orgogliosa (i provvedimenti fatti e i provvedimenti da fare), ha assunto, infatti, anche una tinta disperante: siamo agli sgoccioli, se prevale lo spirito di parte, se ad esempio (è il suo pensiero decodificato) Salvini pensa di sostituirmi a Palazzo Chigi, se pensa di incassare, monetizzare i rapporti di forza cambiati rispetto al 4 marzo 2018, lo espliciti, lo dica, non limiti il suo ministero in continui oltrepassamenti, in continue invasioni di campo, annunci, finalizzati ai like.

E’ in gioco la dignità nazionale. E se Di Maio, è abbattuto per le sue sconfitte elettorali, non può recuperare sulla pelle di Palazzo Chigi (la famosa strategia graffia-Salvini).
Non si è trattato, quindi, del consueto bilancio annuale, ma di un vero e proprio ultimatum, rivolto ai due Dioscuri.

Ultimatum fatto dal pulpito mediatico di una conferenza stampa, in quanto Conte non ha un suo partito, una sua forza autonoma, e pertanto si è rivolto direttamente agli italiani (sta accarezzando l’ipotesi di un suo partito personale?).
Il messaggio è stato evidente: basta con le conflittualità, con le polemiche, con la campagna elettorale permanente, che sta minando tutto, “quel clima, dalle amministrative alle europee, che rischia di compromettere il concetto stesso di governo del cambiamento”.

Se Salvini e di Maio non risponderanno alla richiesta del premier, rinnovando “lo spirito di coesione del primo anno”, Conte rimetterà il mandato nelle mani del presidente Mattarella, del quale ha sempre apprezzato figura, statura e consigli. Tanto per ribadire un’esigenza di sintesi in sintonia con i ministri “collisti”, graditi al Quirinale (Tria in primis).

E ora la palla spetta ai Dioscuri. La sensazione che l’ultimatum principale lo abbia rivolto alla Lega; comunque tutti e due dovranno rispondere non formalmente, ma con atti concreti.
E qui vedremo se le scorie elettorali saranno veramente finite, o se continueranno e aumenteranno in previsione di elezioni politiche anticipate.

Resta da approfondire un tema su cui poggia la legittimazione del governo gialloverde: il contratto.
Rivisto, modificato, confermato, sarà ancora lo strumento per proseguire nella fase-due che Conte auspica?
E’ indubbio che Lega e 5Stelle vengono da storie, appartenenze e impostazioni non distinte, ma opposte. Ma è sulla visione, sull’idea di Italia che potrebbero ancora accordarsi: la legalità, la moralizzazione della politica, il primato degli italiani, la sicurezza, l’immigrazione regolare, un’altra Ue, una nuova concezione di Welfare, di pubblico.

Se prevarranno le cose che uniscono su quelle che dividono e le carriere individuali, il governo avrà un futuro, non sappiamo quanto lungo. Altrimenti saranno gli ultimi giorni di Pompei, con l’unica ossessione da parte dei due Dioscuri: non rimanere col cerino in mano.
Tav, infrastrutture, autonomie, flat tax, decreto sicurezza-bis, manovra, famiglia, saranno i prossini scogli. Su cui si misurerà la coerenza e la fedeltà di Salvini e Di Maio.
E il cerino, al momento, gliel’ha sottratto Conte.

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