Nomine Ue. La debolezza dei sovranisti e la forza del vecchio inciucio Ppe-Pse

Politica

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Al di là delle fumate nere, dei giochi, degli interessi incrociati e dell’azione istituzionale delle lobby, ormai storicamente di casa alla Ue, la tombola delle nomine passerà alla storia, come la più difficile e complessa.

Bruxelles, come noto, sta vivendo una fase di passaggio, di transizione. Ci sono in campo da anni, due idee di Europa che si frappongono e sovrappongono. Inutile, dirlo, ma i risultati delle scorse consultazioni non hanno rispecchiato le aspettative dei populisti e dei sovranisti.

Il vecchio assetto partitico, sebbene ridimensionato, ha retto, al punto che le strategie di Palazzo parlano col nome del solito partito popolare, del solito partito socialista, dei soliti liberali e forse, dei rinvigoriti verdi. Tutti soggetti politici interni e funzionali allo schema classico. E comunque conservatori, puntellatori del sistema attuale. In linea con i sui dogmi politici, economici, finanziari, bancari. Dogmi legittimi dal punto di vista loro.

I populisti e sovranisti, invece, divisi in tre gruppi, malgrado le forti affermazioni in Francia (della Le Pen), in Italia (di Salvini), in Inghilterra (del Brexit party), e in percentuale minore, dei paesi di Visegrad (Orban in testa), non hanno sfondato, tanto da raggiungere la maggioranza dei numeri (per non trattare il caso degli amici di Di Maio). Ma non bisogna nemmeno farsi prendere dalla “sindrome di Stoccolma”: la Ue in futuro, può andare avanti in base ai valori espressi da questi gruppi, ma anche tornare indietro, restaurando totalmente l’Ancien Regime.

E le trattative intessute, studiate a tavolino dalla Merkel, infatti, dovevano ristabilire gli antichi assetti. Restituendo centralità alla leader tedesca in netto declino, e non solo.

Il suo piano risentiva di logiche consumate e blasonate: il socialista Franz Timmermans alla Commissione, il popolare Manfred Weber al parlamento, il premier belga Charles Michel al Consiglio e Francois Villeroy de Galhau alla Bce.
Socialisti, liberali e popolari, uguali nella forma e nella sostanza.

Peccato che la resistenza dei paesi di Visegrad e il dissenso di Macron (che aspira ad una sua leadership autonoma), abbia frenato gli ardori della Merkel. In molti le hanno proposto di spacchettare la quartina, riducendola ad una terzina (togliendo dai calcoli la Bce). Altri ancora si sono posti il tema delle quote rosa totalmente assenti dalla lotteria poltronesca.
Questo luna park sarà ricordato pure per l’ennesimo braccio di forza in salsa tricolore, tra Conte e Salvini. Il nostro premier intende intitolarsi le trattative, agire con le mani libere, entrare magari nelle strategie, portare a casa qualche nome di peso, alla Tajani, sperando di ammorbidire la Ue sull’incombente procedura di infrazione. Con disappunto di Salvini, che non vuole cedere su nessun punto: immigrazione, Carola, manovra, conti pubblici.

Ma le dichiarazioni di Conte hanno da una parte, confermato le intenzioni e simpatie del presidente del Consiglio, dall’altra dimostrato la debolezza pratica dei sovranisti. Quando si tratta di contare.
Una riflessione sul loro ruolo va fatta.

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