Nomine Ue. Chi ha vinto e chi ha perso. Le contraddizioni in gonnella

Politica

Se la scelta di David Sassoli a presidente del parlamento europeo (dopo Antonio Tajani), per il Pd è una vittoria dell’Italia, anche l’aver scongiurato la procedura di infrazione è una vittoria dell’Italia, come il fatto che il premier Conte si è inserito nel gioco nomine contribuendo a bloccare, insieme ai paesi di Visegrad (Orban in testa), il famoso metodo degli Spitzen kandidat; cosi come i buoni dati sull’avanzo primario e il disavanzo (conti pubblici in regola); come lo spread che è sceso ieri sotto quota 200 e la disoccupazione scesa al 9,9%. Risultati importanti per noi.

Eppure a casa nostra la grancassa mediatica, ideologica e politica dell’“anti-Italia” insiste nella propaganda, nelle interpretazioni faziose. Basta leggere i titoli: l’Italia deve subire l’accordo Parigi-Berlino, la Merkel risorge, Macron è l’uomo forte, Sanchez la stella dei socialisti, Orban tigre di carta, l’Italia perde ruoli di spicco.

Una narrazione inversa e rovesciata, secondo letture dall’alto, depressive e autolesioniste. Segno che alla fine le appartenenze lobbistiche dell’informazione e i rappresentanti politici delle stesse lobby, prevalgono sulla realtà.

E’ vero che il quadro della Ue non è propriamente favorevole ai sovranismi e populismi. E’ vero che il vecchio impianto inciucista (Ppe-Pse) persiste, ma uno spostamento a destra, almeno nella percezione, c’è. Anche se lieve. Certo, per le posizioni estreme che gridano all’inutilità dei cambiamenti interni di Bruxelles (una riflessione su questo, andrà fatta), la soluzione ormai è drastica e radicale: uscire dall’Europa, Italexit come la Brexit.

A proposito di “sottanismo”, come da felice definizione di Marcello Veneziani. La stampa esulta per le due donne che hanno raggiunto il potere europeo (si tratta di un femminismo snob): “l’aristocratica madre di sette figli” e la “mediatrice leader con stile”.
Stiamo parlando di Ursula von der Leyen e di Christine Lagarde, rispettivamente presidente della Commissione e presidente della Bce.

Fiumi di inchiostro per magnificarne le gesta, tanti spunti biografici (asse esistenziale franco-tedesco), e solo di lato la loro appartenenza alla destra moderata, conservatrice. La prima, sopravvissuta a tutti i governi della Merkel (la sua specialità, ministro della famiglia), la seconda ministro dell’economia nel governo Fillon.

Ma poi, alla prova dei fatti, la neo presidente della Commissione ha varato iniziative non proprio in linea con la famiglia naturale, e la neo presidente della Bce, è una sostenitrice dell’economia senza frontiere. Come si concilia questa loro impostazione con le idee di riferimento? O queste posizioni vanno ritenute in linea con la destra?

Allora va detto che c’è confusione sull’idea di destra: se destra vuol dire primato dell’identità storica, culturale, religiosa dei popoli sovrani, come si concilia col globalismo ideologico ed economico o con il laicismo?
Ma il dubbio amletico è di facile soluzione. Quando si raggiungono vertici apicali tutto sfuma, percorsi, carriere, idealità.

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