Umbria chiama Roma. Fallisce la nuova sinistra, trionfa l’anti-casta

Politica

Effetto-Umbria. Adesso quello che non bisogna ascoltare o leggere (sarebbe non solo stucchevole, ma addirittura demenziale, segno di ignoranza e malafede), è la comunicazione standard che gli organi di potere, giornalistici e tv, tutti dentro il pensiero unico liberal o radical, tutti amici e fan di quei partiti che, tra l’altro, perdono sempre, stanno già dicendo e scrivendo: lo sbaglio è del Pd, l’esperimento civico umbro non è stato capito bene, non c’è stato il tempo di spiegarlo (dichiarazione del commissario regionale dem Verini), si tratta di un voto di protesta.

E’ la solita solfa che viene immediatamente mandata in circuito come un mantra ogni qualvolta la sinistra vecchia e nuova, subisce una clamorosa sconfitta elettorale.
Una comunicazione studiata a tavolino che rispecchia lo schema “bene-male”. La sinistra vecchia (neo-post-comunista, progressista, radicale), o nuova (giallorossa) è il bene, la verità, l’etica, la morale, la democrazia; la destra è il male, il fascismo, il razzismo, l’omofobia. Il bene non può perdere e quindi, prima o poi, tornerà la verità, il popolo smetterà di farsi ipnotizzare dal populismo (prima erano le tv di Berlusconi), e dopo la protesta, tornerà nell’alveo giusto.

Insomma, la sinistra sempre soggetto centrale, che boccia, promuove, scomunica, legittima, si critica, si assolve. Non è mai merito degli altri, delle loro idee (per definizione sbagliate) condivise dagli italiani, ma al massimo è demerito dei buoni, dei giusti, dei democratici, dei professionisti dell’umanità.

Ma ci sono tanti ma. Grazie a Dio la realtà è più forte dell’ideologia. L’esperimento civico umbro non è fallito per mancanza di spazio e di tempo, è perché come il governo giallorosso, è stato ritenuto sbagliato; è stato considerato un’operazione di facciata, di poltronite (esattamente come l’operazione-Palazzo Chigi), per nascondere la verità vera e nascondere le facce dei responsabili: concorsopoli, sanitopoli, il clientelismo di una casta sinistra che ha imperato nella Regione Umbria per decenni e decenni.

E il voto al centro-destra non è una protesta, ma il simbolo di una disaffezione, di una distanza tra la società e il Palazzo, in linea con ogni recente voto regionale. E la prova che i temi veri sono l’occupazione, le tasse, la sicurezza, l’immigrazione, temi alterati e ignorati dal Conte-2 (la Manovra insegna).

I numeri, infatti, si commentano da soli: Centro-destra con Donatella Tesei al 57,5%, il centro-sinistra con Bianconi al 37,5%. E all’interno degli schieramenti, il dato è ancora più chiaro: la Lega al 38%, Fdi al 10%, Fi al 6,58%, Pd al 22%, 5Stelle in picchiata al 7,41%, bene le liste civiche.

Che vuol dire? Che il tentativo di ripristinare su basi nuove il bipolarismo storico (centro-destra vs centro-sinistra) è morto sul nascere. Lega e Fdi da soli superano il 40%, la quota stabilita per avere, col Rosatellum2.0, il premio di maggioranza e quindi, per governare. Non è unicamente un effetto elettorale, è la dimostrazione che il centro-destra è sovranista o non è.

E’ tornata imperiosa la nuova categoria della politica, inaugurata da Trump e proseguita con la Brexit e con le europee: “alto-basso”, popoli contro caste, identità contro globalizzazione, sovranità contro economia apolide e multinazionale. L’Umbria ha votato contro la casta padrona: del Pd, dei grillini, simbolo di un potere economico, politico, culturale, che da Roma ai territori, non fa votare, e che ha causato pure scandali e malgoverno.

Sconfessata anche l’operazione centrista che ha visto impegnato nelle ultime settimane Berlusconi, alla ricerca di un ruolo e uno spazio moderato da contendere a Renzi, Calenda e allo stesso Conte. Il 6,58% degli azzurri è emblematico. Più furbo Renzi che non si è presentato, impedendo di farsi contare.

E il premier Conte non dica che la scelta degli umbri è solo un fatto locale. La foto di Narni, dove oggettivamente, ha messo la faccia, insieme a Di Maio e Zingaretti, lo smentisce.

Per Di Maio si aprirà ora un’ulteriore pagina amara (dal 32% delle politiche, al 17% alle europee, al 7% in Umbria): i grillini, geneticamente per la democrazia diretta, la Repubblica mediatica, la piattaforma Rousseau, che adesso sono costretti a difendere tutti i marchingegni parlamentaristici e le alleanze di vertice, sono e sembrano un soggetto politico fuori posizionamento e in crisi irreversibile.

Stesso discorso per Zingaretti: il governo (che inizialmente non voleva) rischia di compromettere la sua leadership e la ripresa del partito.

Salvini e Renzi ancora una volta, sono i vincitori. Il primo “per esserci stato”, il secondo per “non esserci stato”. Il primo guiderà uno schieramento a trazione leghista, il secondo, gestirà sempre di più, l’Opa nei confronti del trio perdente Zingaretti-di Maio-Conte, nella prospettiva di un Ulivo2.0 a egemonia liberal-democratica e non di sinistra.
Provare per credere.

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