25 novembre. La violenza sulle donne? Viene da egoismo e consumismo

Politica

Come si può celebrare degnamente e veramente la giornata contro la violenza sulle donne?
Innanzitutto non dedicare loro una giornata e basta. L’impegno deve durare sempre. Come l’attenzione e le denunce doverose. Altrimenti ogni 25 novembre diventerà uno stanco rituale che, come per altre ricorrenze storiche, politiche, rischia di produrre proprio il suo contrario: l’indifferenza o, addirittura il rifiuto. Immiserendo e banalizzando l’argomento nell’ironia o nell’amnesia.

I numeri sulla violenza dentro e fuori le mura, sono terrificanti e allarmanti. Ogni 72 ore c’è un femminicidio, tre su quattro in casa. Segno che il mostro è dentro di noi.

Ecco il punto. Ciò che dobbiamo evitare è il mix mediatico tra retorica e ideologia. Una retorica che fa sentire lontane, astratte e sloganistiche queste battaglie. E un’ideologia che diventa il condimento dogmatico e giacobino del tema, facendolo regredire di decenni. Mi riferisco a certo femminismo post-sessantottino retrodatato (lo si nota nei nuovi cortei) e alla inevitabile contrapposizione politica che eterna uno sterile scontro tra i sessi, nel nome della parità dei diritti.
In un paese normale, ci deve essere la normalità, non la richiesta a una cittadinanza che non va rivendicata, perché c’è. Come le leggi, basta applicarle.

E le donne e gli uomini non devono scontrarsi, hanno gli stessi problemi e le stesse aspettative. Continuare a chiedere, giustizia, uguaglianza, democrazia, vuol dire reiterare una condizione di minorità, di sudditanza che le donne non devono avere, né hanno.
Certo, i numeri dimostrano che c’è ancora un gap tra le competenze e i posti di lavoro, un gap di trattamento pubblico e privato a sfavore delle donne. Ma la strada è tracciata (a patto che le forze politiche si attivino con provvedimenti ad hoc), e l’Italia deve guardare avanti. Tutti i soggetti interessati devono guardare al futuro.

Grave invece, resta il dato psicologico e culturale. E qui parliamo del mostro. Della supremazia, del sessismo, della violenza. Gli uomini stanno vivendo una drammatica crisi di identità. Sono deboli, hanno paura, scappano, si difendono, uccidono. E non è una giustificazione. E’ una fotografia. Questo problema deve tradursi, però, pure qui, in un’opportunità, determinando un cambiamento. Il focus che riguarda l’educazione, la scuola, la cultura, le istituzioni, la famiglia, tutte le agenzie di senso, è l’educazione all’affettività. E qui siamo secoli indietro.

L’amore non è dipendenza, esercizio del potere, primato. Elementi che portano al conflitto e a uccidere chi si ama, solo perché rivendica la sua libertà di esistere, e farlo nel quadro di un amore malato.
Bisogna rieducare alla relazione. Dai più giovani agli adulti, maschi. Rieducare al dare e a non al prendere, che poi fa rima con l’usare, possedere, manipolare, violare, violentare.

L’amore è fatto di persone, non di cose, oggetti nella logica vinco-perdo. L’amore è libertà, rispetto, condivisione.
Ma una riflessione sui modelli economici, commerciali che hanno mutato il modo di pensare degli italiani e non solo, bisogna farla.
Se l’economia è vincolata alla logica del profitto, del consumo, dello scarto dell’usa e getta, dell’individualismo, come si può pensare che non ci siano riflessi diseducativi nei comportamenti umani e sentimentali, pubblici e privati?
Il consumatore non ama, usa.

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