Il Caso-Kaufmann, parla Grasso: “Capire le origini del male è il miglior antifurto della democrazia”

Politica

La cronaca è materiale vivente non solo dei fatti, ma spesso anche di una narrazione pedagogica destinata a restare nel tempo. Questo è quello che ha fatto con profondità di contenuti e leggerezza di linguaggio, minimalismo accattivante, Giovanni Grasso, giornalista parlamentare e saggista, attuale consigliere del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per la stampa e la comunicazione.

Il suo ultimo libro “Il caso Kaufmann” (la storia di Leo e Irene e del loro amore proibito. Un viaggio alle origini dell’odio che ha contagiato l’Europa), edito dalla Rizzoli; libro che, dopo numerose presentazioni, sarà proposto agli studenti della Lumsa, il prossimo 11 dicembre, si ispira proprio ad un fatto di cronaca, un terribile caso giudiziario che nella Germania dei primi anni Trenta, appena conquistata dal nazismo, ha visto la condanna di due persone innocenti, finite nel vortice e nell’abisso di una giustizia ideologica; primo inquietante e disumano segno con cui si manifesta ogni totalitarismo.

In una Norimberga grigia, un attempato commerciante ebreo Lehmann Kaufmann, detto, Leo, inizia una relazione platonica con Irene una giovane donna “ariana”, amica di famiglia. Un amore proibito e vietato dalle leggi di Hitler, contrarie all’inquinamento razziale. E combattuto dai pregiudizi, dalla cattiveria e dall’opportunismo di conoscenti e vicini. Il testo capace di voli poetici e struggenti, riesce a focalizzare, fotografare, le grandezze e le miserie della società, dell’uomo, a intercettarne le reazioni, quando sono minacciati dal male. Quando cambia il paradigma dell’esistenza.

Lo Speciale ha sentito l’autore.

Giovanni Grasso. Partiamo dalla fine della storia, ci troviamo nel furgone blindato che porta Kaufmann a Monaco dove sarà giustiziato, proprio come un martire della Rivoluzione francese. Lui va verso una morte ingiusta, il nazismo come tu scrivi, ha estirpato dalle persone ogni traccia di umanità: una guardia si accende una sigaretta e parla con l’altra guardia di una questione di trasferimenti, di soldi che non bastano mai… è la banalità del male?

“La banalità del male o, meglio, la sua normalizzazione, passa necessariamente attraverso una assuefazione, da parte degli esseri umani, all’orrore. Mi sono sempre chiesto come sia stato possibile che uomini appartenenti a Paesi civili, la cui attività – il cui “lavoro” – consisteva nell’uccidere, torturare, sterminare altri esseri umani, vivessero come nulla fosse, abbracciando i figli la sera, scherzando e ridendo, con la coscienza tranquilla. Evidentemente l’uomo, che dimostra straordinarie capacità di adattamento e di sopravvivenza nelle situazioni di rischio più estremo, sviluppa una analoga capacità di sopportazione e di abitudine al male assoluto. Non è così per tutti: i suicidi o gli impazzimenti tra i soldati tedeschi addetti allo sterminio erano numerosi, anche se tenuti ben nascosti. Ma certamente credo che si possa sostenere che burocratizzare – e quindi, banalizzare – l’orrore aiuti. Mi spiego: rispettare le direttive impartite, eseguire scrupolosamente ordini e regolamenti, dà la convinzione – almeno apparente – di essersi limitati a fare il proprio dovere, di essere stati solo strumento di una volontà superiore decisa altrove. Ci si attacca alla cornice, alla forma, per evitare di entrare nel contenuto. E si sopravvive ai rimorsi e ai tormenti”.

Ma anche Kaufmann si considera normale, semplice, anche banale, perché muore innocente senza almeno aver vissuto pienamente quello di cui è accusato. Nei momenti storici importanti, quando bisogna scegliere, quando non basta la testimonianza, e bisogna agire, si può essere “frivoli, ingenui, incauti”? Kaufmann, autogiudicandosi (colpevole per aver “desiderato”), incarna, al di là della sua vicenda privata diventata ideologicamente e violentemente pubblica, “l’uomo normale” ossia, quei milioni di cittadini europei che hanno cercato di barcamenarsi, arrangiarsi, galleggiare, fare compromessi, salvare il salvabile, di fronte alla follia avanzante, anziché opporsi, reagire subito?

“Leo Kaufmann è un uomo anziano e solo. Subisce la persecuzione, è incapace di reagire a essa, semplicemente perché è incredulo. Non riesce a concepire le conseguenze estreme dell’odio. Con le sue categorie umane, storiche e culturali è incapace di prevedere l’abisso. Ma del resto: gli ebrei in Germania rappresentavano lo 0,8 per cento della popolazione complessiva. Come avrebbero potuto opporsi a uno Stato dittatoriale militarizzato e armato sino ai denti? Qualcuno era riuscito a emigrare, almeno sino al 1938. Ma tutti gli altri rimasero intrappolati nel perverso e raffinato sistema di persecuzione. Parliamoci chiaro: Kaufmann non “ha” commesso una colpa, “è” lui stesso la colpa, la colpa di essere nato ebreo. La considerazione è persino ovvia: se Leo non fosse stato ebreo, non sarebbe caduto nel reato di “inquinamento razziale” e nelle sue tragiche conseguenze. La sua colpa, irrazionale, ingiusta e tuttavia tremenda, è una colpa originaria, indefinita e inspiegabile. Tuttavia, come accade nel Processo di Kafka, è una colpa talmente concreta che conduce il signor K. alla morte”.

Arriviamo alle testimonianze post-processo del dopoguerra, del 1947, ad esempio quella di Hans Grob: è un pentimento vero, un racconto obiettivo della vicenda processuale, un lavarsi la coscienza, o il tributo ad una nuova ideologia, il professionismo antinazista? O ha prevalso l’autentico ritorno dello Stato di diritto, della democrazia vera? Anche perché con la testimonianza del signor Rothenberg, fatta di “non ricordo”, e di rimozione totale della realtà, abbiamo la risposta opposta. Tutto è relativo, tutto è falso, tutto sottoposto all’interesse del momento. E’ in fondo la Germania del dopoguerra che non ha fatto totalmente i conti col passato?

“GroB – uno dei quattro personaggi realmente esistiti nel romanzo – in realtà non ha nulla da rimproverarsi nel caso giudiziario che riguarda Kaufmann. E’ un giudice coscienzioso che, anche in presenza di leggi disumane, è riuscito a fare il suo dovere e a prosciogliere Leo e Irene dalle accuse. E soffre nel vedere come il diritto, che nasce nella storia umana per tutelare i deboli dai prepotenti, venga piegato, distorto e snaturato per sostenere le ragioni della brutalità. Il giudice Rothenberger, anche lui personaggio storico, è il suo esatto contrario. Ritiene che amministrare la giustizia sia un modo per fare carriera compiacendo il potere dominante. Non solo non si preoccupa di applicare le leggi razziali, di per sé disumane e contrarie al diritto ma, stravolgendo persino la procedura, riesce a ottenere una condanna esemplare, senza alcuna prova. In questo (e in molto altro) le dittature si assomigliano. Basti pensare ai famigerati processi staliniani. Quando Rothenberger viene a sua volta processato dal Tribunale Alleato di Norimberga per “crimini contro l’umanità”, i suoi “non ricordo” coprono, o cercano di coprire, le gravissime responsabilità nell’amministrare la giustizia non in nome del popolo, ma in nome di un potere scellerato, totalitario e omicida. Per quanto riguarda la Germania di oggi credo che sia ingiusto dire che non abbia fatto i conti con il suo passato nazista. Lo ha fatto in modo considerevole e ammirevole. In modo sicuramente più ampio e approfondito di quanto abbiamo fatto noi italiani, che ci siamo sempre un po’ trincerati dietro il mito di “Italiani brava gente”, mentre accanto ai tanti “giusti” che hanno salvato vite umane, ci sono stati delatori, torturatori e persone che hanno partecipato alla caccia all’ebreo”.

Kaufmann alla fine del suo tempo terreno, si converte? E’ illuminante la differenza che lui fa tra la religione cristiana e quella ebraica. Ossia la capacità di accettare l’ingiustizia, la Croce, rispetto alla giustizia e al Dio giustiziere…

“Ovviamente no. Kaufmann è ebreo, è vissuto da ebreo e vuole morire da ebreo. Nella finzione del mio romanzo, infatti, il protagonista usa l’espediente della conversione solo per poter parlare con qualcuno, il cappellano, e potergli affidare un messaggio-testamento per Irene. Non c’è alcuna intenzione di abbracciare il Cristianesimo in punto di morte, nemmeno per consolarsi nella prospettiva della certezza della vita eterna che, nell’Ebraismo è, invece, molto più sfumata e incerta. Il cappellano, figura totalmente inventata, invece è animato più da pietà che da zelo religioso e rinuncia di fatto a convertire il detenuto, venendo meno ai precetti vigenti per quell’epoca e rinunciando al principio “Salus extra ecclesiam non est”. E’ una figura molto moderna – anche se inconsapevolmente moderna – di prete cattolico. Per lui infatti Kaufmann, essendo stato un uomo giusto, sarà ugualmente partecipe della vita eterna anche se non ha creduto in Cristo”.

Colpisce nella dinamica della storia, la tenaglia convergente tra la gradualità della dittatura che parte lenta (le leggi razziali come prova per verificare le reazioni del popolo e dei diretti interessati), poi sempre più pressante, asfissiante, fino a uccidere i nemici ideologici, in questo caso, gli ebrei. Togliere loro il diritto di insegnamento, i loro negozi, le loro attività professionali, come succede a Leo; e specularmente, la cattiveria della gente che usa la dittatura per appagare le proprie miserie, le povertà private: invidia, gelosia, frustrazione, lussuria, come tutto il gruppo dei testimoni contro Kaufmann e Irene: Otto Muller, la portiera Eva, Maria Fischer, l’ex dipendente di Leo, Ludwig Ritter etc.

“Certamente. Credo che se a una persona vengono tolte e negate via via in tutte le caratteristiche che ne fanno, appunto, un essere umano (gli affetti, il lavoro, la proprietà, la dignità, ecc.), è poi più semplice eliminarlo. Nei campi di sterminio i prigionieri venivano chiamati “stück” che vuol dire “pezzo”, cosa inanimata, insomma. Sopprimere un uomo non è facile, bruciare una cosa sì”.

E poi, parliamo dell’amore platonico tra Leo e Irene: una traiettoria inconciliabile. Leo innamorato per “deflagrazione”, che ama per chiudere il cerchio della sua vita, solo e senza figli, con la moglie morta; lei comunque innamorata per “estensione”, piena di slanci, di progetti di vita, lavoro, fotografia, futuro. E’ stato un amore impossibile o proibito? Oppure, secondo lei, sarebbe stato praticabile un amore così squilibrato, sbilanciato, un rapporto che lui non ha osato declinare e lei ha voluto fin da subito “paritario”? C’è sempre un fine tragico in queste relazioni?

“Nel romanzo immagino un rapporto tra i due di grande affetto, di vera e profonda amicizia, non disgiunta da qualche impeto di passione, immediatamente represso. E’, anche, la storia di un desiderio che rimane inespresso e inesprimibile. Per la condizione politica ma anche per la grande differenza di età tra i due protagonisti. Nella realtà storica, nulla si sa riguardo la natura del rapporto tra i due condannati a Norimberga per inquinamento razziale. La mia sensazione, leggendo le carte processuali, è che si sia trattato di un processo farsa, basato su sospetti e mai su prove. Ho seguito questa sensazione. Leo e Irene sono e restano innocenti anche nei confronti di una legge ingiusta, barbara e disumana”.

E’ importantissimo il passaggio dallo Stato di diritto (che condanna a seguito di prove certe, che mette al centro la dignità dell’uomo), al diritto ideologico, cioè il cambio di paradigma giuridico (che mette al centro l’ideologia e quindi, il nemico da eliminare). In questo c’è l’abisso tra la democrazia e il totalitarismo. Oggi questo cambio di paradigma, su basi ovviamente nuove, si può ripetere? Il nazionalismo, il sovranismo, il post-comunismo, il laicismo, il gender, possono riproporre le fondamenta di uno Stato etico rovesciato?

“Oggi assistiamo a una recrudescenza di razzismo e di antisemitismo. La storia ci insegna che quando si comincia a parlare di differenza di razze, di culture superiori, e via dicendo, si finisce inevitabilmente per colpire gli ebrei. Le comunità ebraiche europee sono le prime consapevoli. Certo, oggi le frange antisemite, di matrice nazista, sono una sparuta minoranza, anche se sempre più aggressiva. In Germania – e in Italia – in quegli anni c’era il razzismo e l’antisemitismo di Stato, un sistema ideologico, che diventava regime e che produceva leggi esplicite. Oggi la nostra, come le altre Costituzioni occidentali, basate sul primato della persona, per non parlare dei trattati di adesione all’Ue, impediscono un ritorno a quei tempi oscuri. Certo, le Costituzioni si possono anche cambiare, ma non credo che siamo a questo punto. Abbiamo gli anticorpi necessari per resistere a un nuovo contagio. Questo non vuole dire che possiamo rimanere con le mani in mano”.

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