Iran-Libia. Roma e Bruxelles non contano nulla. Aridatece Craxi

mercoledì, 8 Gennaio 2020
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Pensavamo di cominciare il 2020 con la solita nenia politica: la crisi dei grillini, le transumanze dei cosiddetti responsabili ammalati di poltronite o colpiti da improvviso senso dello Stato, gli effetti e le appendici della manovra, le eterne verifiche di Conte, il suo utopistico cronoprogramma.

Pensavamo di affrontare i temi economici, il rincaro delle bollette, i conti che non tornano, oppure la drammatica questione dello sballo giovanile che causa tanti, troppi morti e incidenti.
Invece Trump ha bruciato tutti. Durante le vacanze ha dato un’impennata alla sua ambigua e ondivaga politica estera (caso curdi docet), uccidendo Soleimani. Che sia il ritorno al concetto di gendarme dell’Occidente o la continuazione del “prima gli interessi Usa”?

Apriti cielo. Ora si annunciano venti di guerra o quantomeno un riposizionamento obbligato di ogni politica estera.
Una cosa è certa: la polveriera mediorientale cresce, facendo esplodere le altre polveriere, e con queste anche l’emergenza migranti (Libia in primis), e l’emergenza ambientale.

Dopo la guerra (vittoriosa?) contro l’Isis, i fronti contrapposti si sono ricompattati. Ancora una volta sciiti contro sunniti, palestinesi contro lo Stato di Israele e ancora una volta, la guerra per conto terzi: Russia e Usa che se le suonano manovrando i loro alleati scomodi, interessati e provvisori.
Col risultato di inanellare una lunga serie di errori clamorosi ed esiziali. Non è una novità che, ad esempio, gli americani abbiano coltivato la serpe islamica in seno, tentando di utilizzarla in funzione anticomunista (dall’Afghanistan in poi). E che oggi sia sfuggita loro di mano.
Soleimani un tempo, non era amico degli Usa, non era considerato un prezioso alleato anti-Isis? Cosa è successo?
Lo stesso percorso di Osama Bin Laden, da amico a nemico. Da alleato a terrorista.

Ma nel riposizionamento delle politiche estere emerge il nulla della Ue e dell’Italia. La loro debolezza e inutilità.
In Libia stiamo certificando da mesi una guerra civile, senza intervenire. Dalla morte di Gheddafi, noi non contiamo niente. Abbiamo abbandonato i nostri interessi economici, strategici e geopolitici. Oltre al rischio che rappresenta lo Stato africano circa la bomba migratoria che certamente si riverserà sulle nostre spiagge.

E adesso assistiamo passivi al film tra la Russia e la Turchia che si spartiscono lo scenario, con l’uomo “russo” Haftar che avanza e il premier filo-Ue Serraj che non controlla nulla. E Roma? E Bruxelles?
Perché non siamo stati avvertiti da Trump, né siamo citati ora come alleati da coinvolgere? Perché l’Europa non si muove, organizza Forze militari di interposizione, obbliga le parti a negoziati, convoca il Consiglio europeo, si fa sentire presso la Nato?
Semplice: i morti non parlano. Non conta Bruxelles e non conta Roma. E non è solo per mancanza di una assennata dignità nazionale o di una linea politica chiara (“aridatece Craxi”), non solo per la vacuità di Conte e soci, ma (è storia) per decenni di sudditanza, prima filo-Usa, adesso nel nome di una stucchevole e furbesca neutralità. Una sovranità limitata anche di testa, nelle menti dei nostri governanti che passano da un’ostilità ideologica astratta a un vassallaggio psicologico da paese del terzo mondo.

Ridicole le frasi del nostro ministro degli Esteri: dialogo, pace. Sembra la versione sbiadita del papa.
Intanto le nostre missioni militari rischiano veramente sul fronte. Se ne andranno, resteranno?
Le minacce iraniane sono arrivate fino a loro. Almeno le nostre missioni sono state considerate. Dagli avversari.

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