Addio a Pansa, “l’eretico” di sinistra che ha raccontato i vinti

Politica

E’ morto all’età di 84 anni il giornalista e scrittore Giampaolo Pansa, una delle firme più autorevoli del panorama culturale italiano.

Ha scritto per i più importanti quotidiani e settimanali italiani, da Il Corriere della Sera a La Stampa passando per Repubblica (di cui è stato vicedirettore) per finire con Libero, Il Riformista, Panorama, La Verità. Per anni ha curato la rubrica “Il Bestiario” sul settimale L’Espresso. Ha raccontato la politica italiana con acume, con spiccato anti-conformismo e soprattutto senza riguardi per nessuno, mettendo spesso in luce, con il ricorso all’irriverenza che era forse una delle sue armi migliori, i principali vizi dei politici italiani.

Uomo di sinistra, ad un certo punto della sua carriera sentì, come ebbe a dire lui stesso, l’esigenza di coprire un vuoto storico, raccontando l’altra faccia della Resistenza italiana. E pur riconfermando a più riprese la sua fede antifascista e la sua gratitudine per i partigiani che avevano lottato per la libertà, decise di portare alla luce gli orrori della guerra civile italiana, fino agli inizi del secolo scorso raccontati sempre e soltanto nell’ottica dei vincitori. Pansa non volle mai riscrivere la storia, né modificarla invertendo vincitori e vinti, ma volle anche rendere pubbliche le tragedie che ebbero per protagonisti gli sconfitti, o anche solo le persone che erano sospettate dai vincitori di essere state dalla “parte sbagliata”.

Dalle sue ricerche nacque il libro forse più celebre e più contestato, “Il Sangue dei Vinti” da cui fu tratto anche un film e che portò alla scomunica di Pansa da parte dell’intellighenzia di sinistra, dell’Anpi, e di tanti colleghi come Giorgio Bocca che dell’antifascismo militante avevano fatto la ragione principale della loro professione.

Ci fu addirittura chi arrivò ad accusarlo di aver scritto il libro per farsi amica la destra allora al governo e poter arrivare alla direzione de Il Corriere Della Sera. Tutte falsità ovviamente, ma sta di fatto che la sua volontà di raccontare l’altra faccia della storia, senza segreti e reverenze verso nessuno, il suo essere diventato intellettuale di sinistra amato a destra, lo portò a divorziare dal suo mondo, il mondo di Repubblica, de L’Espresso, al punto che ad un certo punto fu costretto a lasciare il suo “Bestiario” e il settimanale che anche grazie a lui era cresciuto in copie e lettori.

Pansa però non si arrese e continuò il suo impegno pubblicando nuovi libri e portando alla luce altre testimonianze, altre storie di regolamenti di conti, vendette, esecuzioni sommarie, atrocità di ogni tipo, compiute dai partigiani rossi contro gli ex fascisti e contro i partigiani liberali, cattolici, socialisti moderati, che si opponevano al comunismo. Vicende storiche che grazie a lui oggi non sono più sconosciute.

Il successo dei suoi libri inoltre ha creato anche le condizioni perché in Italia si facesse finalmente luce sull’altra grande tragedia per anni occultata e negata, quella delle Foibe e del dramma degli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, uccisi e infoibati perché di ostacolo all’annessione di quei territori alla Jugoslavia di Tito.

Fino all’ultimo ha continuato a seguire e raccontare la politica italiana con grande lucidità, mettendo a nudo sia i tipi “sinistri” che quelli “destri”. L’ultimo libro lo aveva dedicato a Matteo Salvini. Si intitola “Il Dittatore” e il leader della Lega viene definito un “seduttore autoritario”. Poteva sembrare un libro conformista, in linea con la moda di demonizzare Salvini paragonandolo ad un novello Mussolini, ma chi ha conosciuto Pansa e letto i suoi innumerevoli editoriali, graffianti, pungenti e senza riguardo per i vari Craxi, Andreotti, Occhetto, D’Alema, Bertinotti, Bersani, Veltroni, Berlusconi, Bossi ecc. non poteva certamente aspettarsi che proprio da lui arrivassero applausi o apprezzamenti al “leader del Papeete”.

Un intellettuale, un giornalista, uno storico (anche se lui negava di essere tale) di qualità e soprattutto un uomo capace di appassionare e commuovere con la famosa lettera al figlio Alessandro morto prematuramente nel 2017. Una lettera in cui il dolore del padre si accompagnava alla stima e alla profonda gratitudine per ciò che quel figlio era riuscito a costruire nella sua vita, rendendolo orgoglioso. 

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