Coronavirus e il razzismo anticinese. Lasciate stare i figli

Politica

I figli sono l’argomento del giorno. Dopo il coronavirus poi, i nostri “eredi” sono di nuovo al centro di un acceso e ideologico dibattito.

I “partiti genitoriali” sono essenzialmente due: chi li considera proprie esclusive proiezioni, e chi mette al primo posto le regole, la società, le leggi, lo Stato. Questo secondo “partito” è fortemente minoritario. Non a caso l’Italia è il paese del familismo amorale.

Il picco del familismo i nostri concittadini (meridionali) l’hanno toccato al tempo della guerra in Kosovo. Le madri pugliesi scrissero all’allora presidente della Repubblica, invitandolo a non farli partire per il fronte bellico. E condirono questa missiva con una frase allarmante ed estremamente significativa: “Meglio disertori che morti”. Segno evidente che la patria non esiste e che esiste solo l’egoismo domestico, privato, chiamato vita.

Adesso la cronaca ha richiamato tali disvalori. Però in questo caso i genitori hanno ragione. Poche settimane fa, la storia delle scuole di serie a e di serie b, luogo di selezione naturale, economica e classista, che ha ripartito (in alcune scuole del nord) gli studenti a seconda delle categorie di appartenenza.
Apriti cielo, la stampa egualitaria e buonista si è indignata, gridando allo scandalo, all’odiosa discriminazione.

Attenzione, che le famiglie vogliano il meglio per i loro figli è sacrosanto, ma semmai è la scuola che non deve prestare il fianco a queste naturali preoccupazioni. Deve garantire, specialmente il servizio pubblico, standard qualitativi per tutti. E ciò dipende dalle politiche istituzionali, dai partiti, dalle strutture scolastiche e dai diretti interessati. Sono i professori, infatti, che devono livellare verso l’alto l’offerta didattica. E non verso il basso.
Come è legittimo che, da qualche giorno, le famiglie stiano attente al contagio del coronavirus, facendo un cordone sanitario contro i cinesi, i reduci dai viaggi, evitando di frequentare i luoghi sensibili (ristoranti cinesi, aeroporti, luoghi troppo affollati), al punto da assecondare l’invito dei governatori del nord a non mandare a scuola i bambini.
E non è razzismo, non è psicosi.

Ridicole le affermazioni, ad esempio, di Andrea Borrelli, capo del dipartimento della protezione civile, che sul Corriere ha detto che lui “manderebbe i nipoti in classe con i cinesi”.
Non si fa demagogia quando il tema è così delicato.
Facciamoci una domanda: perché i genitori fanno questo scudo protettivo verso i figli? Sarà perché non si fidano delle informazioni ufficiali? Il ritardo della comunicazione ha visto colpevolmente alleati comunismo e capitalismo: il primo, quello cinese in quanto ossessionato dall’idea di perdere la dignità nazionale; il secondo, in quanto preoccupato del fermo dell’economia (la borsa, il turismo, le importazioni, le esportazioni etc). E la globalizzazione necessita di sacrifici e omertà. A discapito delle vite umane.

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