Sanremo. Comizio-Benigni: umanesimo senza Dio

Politica

Se fosse per me non scriverei una riga su Benigni. Sapendo perfettamente che tutta la grancassa mediatica, le polemiche sui passi “indietro e in avanti”, fanno soltanto il gioco di Amadeus; servono unicamente ad accrescere la pubblicità e l’aspettativa a quella che ormai è diventata semplicemente l’opposto di una competizione canora, un mero spettacolo anche grottesco, che rappresenta, incarna tutto, nelle sue più disparate sfaccettature, il politicamente corretto, il disinfettato moralista. Insomma, il falso. E poi i più dotti, gli eruditi, chiamano il Festival autobiografia della nazione… bah.

D’accordo Achille Lauro che si spoglia evocando San Francesco; d’accordo l’enfasi sulla violenza di genere e il sermone di Rula che parla di donne usate, dimenticando “piccole pratiche” come l’utero in affitto che violenta, utilizza, mercifica il corpo femminile per esclusivi fini economici e per accontentare i pruriti dei ricchi viziati che pensano che ogni desiderio debba diventare un diritto.
Ma la performance di Benigni ha passato il segno.

A parte le critiche sul suo monologo totalmente già detto e ridetto e l’esagerata emozione a tavolino strombazzata urbi et orbi dall’attore (non ha dormito mai per l’emozione, forse dei 100mila euro di gettone), la cosa più ridicola e offensiva è aver trattato la Bibbia e il Vangelo come fossero un’enciclopedia di fiabe, drogate dai soloni della Chiesa, e che lui invece, ha restituito alla purezza e all’autenticità dei testi. 

Ma, al di là, delle sue fonti (saranno vere, attendibili?), vorrei ricordare che la Bibbia, i Vangeli, sono testi sacri; sono la parola di Dio e di Dio fatto uomo: Gesù.
E poi l’amore ridotto a stucchevole sentimentalismo, questo tema ossessivo (è il mantra della società moderna), che spinge intellettuali, politici, storici, comici e guitti da palcoscenico, a secolarizzare, trasformare, alterare concetti poetici, alti, come quelli espressi dal Canto dei Cantici, in concetti sessuali, biologici, come se il credente fosse un sessuofobo, un frustrato incapace di accettare il vero rapporto tra uomo e donna. Che si basa per definizione sulla bellezza umana, sentimentale e fisica, sull’incontro complementare tra i due sessi.

Perché Benigni ha estremizzato, evidenziato, solo l’aspetto sessuale dell’amore, forzando specialmente nella spiegazione orale, l’interpretazione del Canto dei Cantici, impreziosendolo pure di relativo appello umanitario, buonista, a fare l’amore pubblicamente sopra e sotto il palco?
C’è sempre un intento messianico nel laicismo ateo. Una strategia di conversione a rovescio (è una religione rovesciata). La vita è solo materia. Evviva la fisiologia.

Ma tant’è. Ai comici che hanno preso premi blasonati e cospicui, tutto è concesso e tutto è permesso.
E come se non bastasse, il tributo di Benigni alla moda del momento: l’amore tra uomo e donna, l’amore tra uomo e uomo, l’amore tra donna e donna. Il solito calderone arcobaleno. Come volevasi dimostrare.
E venendo al contenuto, caro Benigni, anche al tempo della redazione del Cantico c’era l’amore saffico, l’amore “greco”, che però non è stato ricordato nel testo. Forse perché la Bibbia ha fatto una scelta di campo?

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