Foibe. Ciampi e Mattarella hanno sconfitto l’omertà e l’ideologia della storia

Politica

Quanto ci vorrà per vedere riconosciute le Foibe come “memoria condivisa”? Per ora sono riuscite a diventare unicamente “memoria accettata”. E questo, sopita la rabbia, il dolore delle famiglie coinvolte, l’omertà di certa politica, è già un primo grande passo.

E lo dobbiamo all’impegno di capi di Stato illuminati, intellettuali liberi, storici non faziosi, che hanno contribuito a recuperare il senso pedagogico di un orrore, di una vicenda, di una “sciagura nazionale”, che troppo a lungo è stata ignorata, nascosta, marginalizzata.
Le Foibe diverranno realmente memoria condivisa quando nessuno le userà politicamente, quando saranno alimento autentico di una profonda riflessione sul nostro passato.

E ciò accadrà quando usciremo definitivamente dalle categorie del Novecento, quando smetteremo di essere ancora figli di “patrie di parte”, “figli della guerra civile”, “figli della guerra fredda”. Divisioni da opposte tifoserie che la rete sovrana non ha attenuato. Anzi. Contrapposizioni che impediscono la nostra pacificazione nazionale e ci condannano ad una sterile guerra di animi, coscienze, consapevolezze.

Ha fatto benissimo il presidente Sergio Mattarella a ricordare le Foibe usando le parole giuste: equiparando il totalitarismo nazi-fascista a quello comunista.
Parola, che troppo spesso, viene amabilmente sostituita con “totalitarismo sovietico”, quasi a ribadire che il comunismo vada salvato in termini culturali, ma criticato solo sul piano della sua mera realizzazione politica.
Quali sono infatti, le “sacche di deprecabile negazionismo”? Non solo quelle che negano i crimini del nazismo, ma nel caso delle Foibe, tutti i colpi di spugna (Foibe, secondo il vocabolario, intese come “cavità carsiche”), e le giustificazioni che fino a qualche anno fa, abbiamo ascoltato soprattutto dalla sinistra italiana doc: “Furono la reazione all’italianizzazione forzata operata dal fascismo che indusse gli slavi a reagire”.

Finalmente da poco la verità è emersa chiaramente e lucidamente: furono crimini contro gli italiani, in quanto italiani. Fu pulizia etnica e basta.
Cosa manca quindi, perché le Foibe vengano restituite integralmente alla verità? Tante importanti precondizioni: non devono essere la medaglietta che si mette la destra; non devono essere guardate con ostilità e indifferenza dalla cultura di sinistra. Devono insomma diventare patrimonio di tutti.

Ma qui si apre un altro tema non da poco. Bisogna smettere di fare “ideologia della storia”, usandola come clava politica per legittimare e delegittimare gli avversari. Per anni abbiamo assistito agli scontri tra “i professionisti dell’antifascismo e dell’anticomunismo”. E poi, il ruolo degli storici: occorre comprendere bene la differenza tra negazionismo e revisionismo. Il primo nega la verità; il secondo è sano, presuppone il continuo aggiornamento delle interpretazioni, a seconda del mutare delle fonti, dei documenti, delle testimonianze.

Le Foibe pagarono il prezzo di una terribile “storia di parte”. Non conveniva ai comunisti aprire internamente un fronte critico rispetto alla propria narrazione resistenziale ed acclarata egemonia politica dell’antifascismo. Sarebbero usciti molti, troppi vulnus (che comunque gradualmente sono usciti): il triangolo della Morte, le vendette personali, Porzus (partigiani comunisti dei Gap che trucidarono partigiani non comunisti della Osoppo), i boicottaggi nei confronti della resistenza bianca, autonoma, monarchica.

Ma soprattutto si sarebbe compromessa quell’immagine di resistenza rossa non propriamente all’insegna della libertà (il comunismo non era un regime liberale), e non propriamente all’insegna dell’indipendenza nazionale (visto che i gappisti cedettero lembi della nostra sovranità a Tito, proprio nelle zone dove furono infoibati migliaia di italiani).
E dall’altra parte, le Foibe hanno pagato il prezzo della normalizzazione del dopoguerra (l’Europa di Yalta): non era opportuno riaprire i cassetti della memoria, visto che i partiti di governo (specialmente la Dc), ambiva a intrattenere col comunista atipico Tito relazioni di buon vicinato.

Ma questo ormai è alle spalle. Adesso ci aspetta il futuro, e il primo passo è riconoscersi come identità collettiva di popolo, facendo i conti col passato, metabolizzandolo e traendo quel dna che si chiama comunità nazionale. Un obiettivo che dal “Giubileo della nazione”, ideato dal presidente Ciampi, ai richiami e indirizzi di Mattarella, è tornato centrale.

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