Suppletive-Roma. I resistenti al virus incoronano il Pd e bocciano vecchia destra e grillini

Politica

Dopo “i social al tempo del Corona virus”, ieri c’è stato “il primo voto al tempo del Corona virus”.

Ed è toccato proprio alla Capitale esprimerlo. La città della Raggi. Ha votato la Roma del Collegio 1 (le suppletive per eleggere il parlamentare-sostituto di Gentiloni sbarcato in Europa).
Votato? Diciamo di no. Si è recato alle urne solo il 17% degli aventi diritto (32.880 su 186.000). Quei pochi, che hanno affrontato il rischio del contagio, si sono trovati di fronte scrutatori con tanto di sapone e guanti. Ma vanno elogiati.

Come mai così pochi? Sono tante le possibili risposte. Indifferenza per un appuntamento ritenuto marginale, ignorato dai media; disaffezione verso la politica, disillusione, amarezza, rabbia nei confronti di un ceto politico che, da destra a sinistra, non sa più cogliere la realtà e offrire ricette politiche, visioni della società, degne di nota.
E poi, senz’altro la comunicazione fallimentare a 360 gradi che sta caratterizzando l’emergenza. Oscillante tra allarmismo e rassicurazioni eccessive, segno di incompetenza e navigazione a vista. Vulnus speculare a quello dell’opinione pubblica, anche lei oscillante tra superficialità e psicosi.

Su questi messaggi hanno sbagliato tutti: i partiti di governo, i medici, il centro-destra. Le strumentalizzazioni di fronte ai morti non pagano. E mettere la testa sotto la sabbia come lo struzzo, nemmeno.
Se proprio dobbiamo tentare di interpretare il voto, vanno dette due cose: certamente ha pesato il fiasco dei grillini; quando vanno al governo, passando dall’antipolitica di opposizione all’amministrazione, evidenziano in toto le loro lacune, in termini di preparazione, capacità, esperienza. La Raggi è ormai ai titoli di coda. Roma è una latrina degradata. E, in seconda battuta, la liquidità della politica. Troppi cambiamenti, troppi salti della quaglia. C’è un distacco insormontabile tra paese reale e paese legale.

Il 62% incassato dal ministro Gualtieri, è lui il vincitore, conferma il gradimento che il Pd ha nei quartieri bene, un trend decennale (il collegio elettorale dal centro storico a Prati, al Flaminio, è la foto esatta di un certo tipo di ceto sociale), e premia un partito che sta ponendosi come buona, vecchia e affidabile politica, alternativa al dilettantismo dei populismi (se pensiamo che Gentiloni a suo tempo ottenne il 42%, il messaggio è chiaro: +20% dei consensi). Gualtieri è l’uomo dei poteri forti, esperto, gradito a Bruxelles. Non incarna la sinistra storica, quella delle battaglie ideologiche dei lavoratori contro i padroni e la globalizzazione liberista.
Battaglie che hanno tentato di condurre Rizzo, con la sua lista Partito comunista, che ha preso il 2,6% e Potere al Popolo (la Canitano), col 2,4%.

Sbagliato da parte del centro-destra aver puntato su un candidato (Leo), retaggio dei vecchi apparati (i governi Storace, Alemanno, destra sociale), che ha conquistato soltanto il 26% (Ciocchetti alle scorse votazioni nel collegio prese il 31%). La spiegazione è ovvia: il lavoro per creare una nuova classe dirigente, e una coalizione come da dato nazionale, a guida leghista, sovranista, a Roma è ancora lungo. Sopravvive un vecchio ceto che ormai ha fatto il suo tempo e che Salvini non riesce al momento a rimpiazzare con energie fresche. Rischiando di non penetrare e giocarsi negativamente la partita del prossimo sindaco della Capitale, come vorrebbe.

L’agonia dei 5Stelle è certificata dal risultato della Rendina: il 4,3%. Se la matematica non è un’opinione, il tramonto grillino, oltre al bilancio-Raggi, è irreversibile. La Cirulli nella stessa zona, al precedente giro, aveva raggiunto il 16,8%.
In casa centrista tiene solo il Popolo della Famiglia, col suo 1,3%, che raddoppia le sue percentuali rispetto alle precedenti consultazioni. Gli altri soggetti post-dc o di aria renziana, o calendiana, a oggi non pervenuti. Preparano le munizioni per dopo.

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