Coronavirus, gli eroi sul campo. Luca Grossi (medico): “Il mio appello”

Interviste Politica

L’emergenza da Coronavirus sta evidenziando tante criticità all’interno del servizio sanitario nazionale e sta mettendo a dura prova soprattutto il lavoro di medici e operatori sanitari. Ci sono settori che più di tutti stanno soffrendo il peso di questa situazione. Ad esempio, ad essere molto colpito è il comparto sanitario legato all’assistenza degli anziani e malati cronici, il mondo delle residenze sanitarie assistite, dove la situazione è a dir poco drammatica. Come ci conferma in questa intervista il medico e dirigente Luca Grossi, che sta portando avanti fra mille difficoltà il suo lavoro “eroico”, con i soggetti più fragili nelle zone calde, dove l’epidemia da Coronavirus è più diffusa e sta mietendo il maggior numero di vittime.

Dottor Grossi, ci parli della sua esperienza in una zona che possiamo definire “di frontiera”.

“Lavoro in un’azienda speciale di servizi comunali a Casalpusterlengo nel territorio a sud di Lodi, fino a pochi giorni fa zona rossa dove si è sviluppata l’epidemia. All’interno di questa azienda rivesto il ruolo di dirigente sanitario della residenza sanitaria assistenziale, quella che un tempo veniva denominata casa di riposo, del centro diurno integrato, dell’assistenza domiciliare integrata e dell’unità di cure palliative. Tale attività articolata è posta al servizio di decine e decine di persone fragili, anzi molto fragili. Persone la cui presa in carico prevede di andare oltre la semplice terapia. Si tratta di pazienti con seri problemi cronici, di cuore, di reni, di cervello, di articolazioni ecc.”.

Il vostro lavoro quante criticità sta riscontrando in questo momento storico?

“Qui bisogna saper rispondere con chiarezza e positività a domande molto complesse che richiedono risposte di senso. Faccio un esempio. Hai una demenza e non sai più chi sei? Ti aiutiamo noi a ricostruire la tua storia. Non sei più in grado di alzarti solo dal letto? Mettiamo in atto una serie di strategie per provarci. Se ci riusciamo sarà per tutti un piccolo grande guadagno. Come in diverse zone del territorio, anche qui il centro diurno è stato temporaneamente chiuso e l’accesso alla residenza sanitaria è stato interdetto ai familiari. Gli operatori naturalmente si rapportano con gli ospiti dotati di tutte le necessarie misure di protezione, mascherina e guanti in primo luogo, che seppur necessarie rischiano di compromettere il rapporto relazionale. Spesso dietro la mascherina munita di filtro si fa fatica a riconoscere il volto amico, quello dell’operatore che quotidianamente si occupa dell’assistito e l’operatore, gioco forza, non riesce più a consolare, a trasmettere sicurezza. Molti poi soffrono l’assenza del proprio familiare costretto a rimanere in casa provocando disorientamento ed affanno, perché non si capisce come mai la persona cara non la si vede più, si teme per lei, per la sua salute. La grande sfida sta nel saper leggere e comprendere i tormenti inespressi di ognuno di loro. Quel sentimento sottotraccia che si fa molta fatica ad intercettare e che rende complicato farsi prossimi all’altro. Non è più un problema di professionalità o di obbligo contrattuale. Negli ultimi giorni abbiamo inoltre registrato numerosi decessi, una situazione straordinaria per la nostra struttura”.

Sono state molte le vittime da Coronavirus?

“Il primo decesso si è verificato in ospedale per insufficienza respiratoria acuta con secondaria polmonite interstiziale bilaterale da coronavirus. E’ legittimo quindi pensare che alcuni anziani non ce l’abbiano fatta per la stessa ragione. Come spesso accade sono i deboli i primi a pagare. La velocità degli avvenimenti, la necessità coatta di ridurre i contatti, ha reso anonimo anche l’ultimo saluto, Ma il cuore è con loro. Altre criticità importanti che abbiamo patito e che stiamo subendo, riguardano l’assenza dal lavoro di un numero corposo di operatori per malattie o altro. Questo sta rendendo tutto incerto e precario. Un periodo davvero difficile e drammatico”.

Come state lavorando in questo momento, con quali strumenti e modalità operative?

“Nel tentativo di armonizzare le risposte alla crisi anche a noi hanno chiesto di ricoverare in osservazione pazienti dimessi dall’ospedale e risultati positivi al coronavirus, così come abbiamo recepito input ad attivare forme di sorveglianza sanitaria mettendo in campo i nostri operatori nel monitoraggio dei dimessi al domicilio. Noi naturalmente in questa situazione di emergenza non ritiriamo la mano, ma come vede l’allunghiamo tutti insieme, medici, infermieri, operatori, impiegati amministrativi, addetti alle pulizie, fattorini. E’ un periodo di comunione e condivisione, anche se non per tutti. Come è possibile sostenere nella quotidianità anziani soli, se i servizi sanitari domiciliari comunali vengono sospesi demandando ai soli volontari il compito di sconfiggere sconforto e solitudine? La vicenda insegna che al di là delle disposizioni a cui tutti dobbiamo attenerci vale più di tutti l’impegno personale. Se una persona è in difficoltà, io l’aiuto, non altri. Questo dovrebbe essere il principio ispiratore. Se non voglio che tu corra il rischio di restare contagiato, io ti aiuto, non altri. Restare alla finestra non è il motto di una società solidale”.

Pensa che le restrizioni imposte dal governo per ridurre il rischio del contagio siano davvero efficaci?

“Credo di sì, e lo spero sinceramente. Purtroppo non possiamo sapere quante delle persone contagiate potranno sviluppare delle complicanze. Nella quasi totalità dei casi, si tratta di persone con patologie croniche, in età avanzata, ma non possiamo escludere con certezza che possano essere colpiti in modo grave anche giovani e pazienti relativamente sani. Ci sono anche persone che, pur apparentemente senza patologie di rilievo, per una serie di ragioni hanno comunque maggiore predisposizione a complicanze e stanno venendo fuori proprio in questo periodo. Quindi la parola d’ordine adesso è ridurre le possibilità di contagio e la limitazione della vita sociale appare la misura più efficace”.

Si sente di lanciare un messaggio agli italiani terrorizzati da questa epidemia?

“Il messaggio che mi sento di lanciare è contenuto in uno slogan che è ‘io mi impegno’. Io non mi chiudo in casa, e con tutte le dovute precauzioni mi adopero per gli altri. Non mi tiro indietro. Certo, io come medico, diversamente dal comune cittadino, ho degli obblighi che mi impongono di uscire di casa e stare a contatto con gli altri, ma tutti dobbiamo impegnarci per far sì che la situazione migliori e che sia il più sostenibile per tutti. Mettendo in campo ciò che si ritiene utile poter fare. Positiva in questo senso è senza dubbio l’esperienza del volontariato di condominio, ovvero quella di prestare assistenza e aiuto a chi nel proprio palazzo non è in grado di uscire o a paura a farlo perché anziano, fragile o vive solo. Aiutiamoci gli uni con gli altri e ce la faremo”.

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