Coronavirus: italiani fuori ‘come un balcone’. Non capiscono la lezione della natura

Politica

Andrà tutto bene? Prima gli italiani erano fuori come un balcone, ora sono fuori sul balcone (è l’Italia dei tronisti, una nuova antropologia mediatica), cambia ben poco. A casa non sanno stare, insomma. Le droghe, gli stupefacenti vitali che si facevano per combattere la noia, l’ansia casalinga e familiare, le difficoltà lavorative, sono tutti fuori portata: è crollato lo spaccio vero e proprio, ma è crollato anche quello radical chic degli aperitivi a Ponte Milvio o ai Navigli per dirne una. Non esiste più la fuga, sono in trappola. E che fanno? Aspettano di tornare a consumare e a consumarsi, eh sì, non hanno ancora capito molto dalla lezione coronavirus.

Le persone continueranno ad abitare questo pianeta con l’idea di sfruttarlo appena possono, incapaci come sono di vivere la propria esistenza in armonia con sé stessi, con gli altri e con la natura. L’era industriale è ormai entrata nel loro Dna. Non hanno ancora compreso la decadenza che ha portato con sé (insieme anche a delle conquiste per carità): barbari col telefonino che non sono diventati altro, hanno preferito i fumi delle industrie, le gerarchie innaturali, i soldi, e tutto ciò che rappresenta quest’epoca di sfruttamenti umani quanto disumani, alla bellezza della contemplazione, della musica, dell’arte, del benessere semplice e a misura d’uomo.
Ci stiamo chiedendo a che punto era arrivato il processo evolutivo? Era davvero evolutivo? Possiamo vivere senza aerei che partano ogni giorno della settimana? Senza treni di sera? Senza macchine per ogni piccolo spostamento? Abbiamo capito che la produzione richiama produzione e anche guerre legate a manie espansionistiche e al desiderio del potere che non si appaga mai?

Su questo “Educazione siberiana” su Iris, ieri sera, ha offerto diversi punti interessanti. La violenza dei nostri giorni è arrivata a livelli molto più pericolosi di come possiamo immaginare. Siamo stati snaturati e non c’è strage più grossa, un lavoro iniziato da lontano, col contributo poi di tutte le ideologie, anche quelle che sembrano essere ugualitarie e di giustizia. Il valore della società in qualche modo ‘tradizionale’ è stato oggetto di sberleffo, di derisione, di facili accuse di imperfezione. Era pericolosa per tutti i poteri, “rossi, neri o incolore”. In cambio ci hanno fatto credere di offrirci il progresso, la società evoluta e i rapporti liquidi, la resurrezione da ogni tipo di morale imposta (anche da quella di natura). E qui è caduto l’asino. Gli asini. Ce ne sono diversi, li stiamo vedendo girovagare nelle stanze o sotto casa in cerca di forme di sfogo a cui non sanno rinunciare.

Ma non troveranno ciò che cercano, è stato cancellato dal sistema che ci ha resettato, tutti. L’etica della sopravvivenza e del necessario aveva la sua saggezza ma è andata persa, forse per sempre. Poteva sembrare troppo faticosa, a tratti cruda, ma era sacrale: esistevano i principi di lealtà, amicizia, onore, condivisione dei beni insieme. Non c’era però il buonismo, di cui siamo vittime oggi, totalmente ideologico e fuori dalla realtà naturale delle cose, la classica glassa superficiale per far apparire gustoso un panino pieno di muffa concettuale e teorica.
Legare la vita alla natura significa invece rispettare l’istinto primordiale in noi, non andare oltre il necessario, non affamare l’altro per avere più cibo di quanto se ne possa mangiare, e in caso procurarlo per tutti, per il branco, per superare gli inverni insieme. Significa essere coscienti e non incoscienti, significa ascoltare l’animo umano e non soffocarlo seguendo gli impulsi delle sovrastrutture.

Le radici, forti, naturali, non sono un male in sé. Lo sono quando diventano oppressione per gli altri, lo diventano quando cresci un popolo nell’ignoranza e non nella nobiltà dei valori. D’altronde, lo vediamo, se si rinuncia a sé ben presto si rinuncia al contatto con se stessi e quindi non funzionerà neanche quello relazionale, né con i fratelli nel mondo né con quelli accanto. Chi sa chi è, non ha infatti paura dell’altro. Chi non sa più chi è, è pericoloso per sé e per gli altri.

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