Coronavirus, il virologo Tarro: “Picco ha invertito rotta. Ne usciremo a giugno e come rafforzarci”

Interviste Politica

Quando potremo dirci definitivamente fuori dall’emergenza coronavirus? Lo abbiamo chiesto al virologo Giulio Tarro, allievo di Albert Sabin (l’inventore del vaccino contro la poliomielite), più volte candidato al Nobel per la Medicina, che ha ricevuto nel 2018  il premio di virologo dell’anno dall’Associazione internazionale dei migliori professionisti del mondo (IAOTP). Fu proprio lui, oltre quarant’anni fa, a scoprire il temutissimo virus chiamato “male oscuro di Napoli”, una grave infezione respiratoria che provocò la morte di numerosi bambini nel capoluogo partenopeo e nei dintorni.

Professore, quando saremo fuori dal Covid-19?

“Direi che manca poco, siamo vicini alla meta. Come avrà visto il picco epidemiologico inizia ad invertire la rotta, anche se dobbiamo essere prudenti. Come in tutte le malattie, esiste un’escalation legata al fattore tempo e all’aumento dei contagi. Fino alla scorsa settimana abbiamo assistito ad una salita esponenziale della febbre. Questa curva si è arrestata da qualche giorno, il numero dei contagiati sta calando, anche quello delle vittime fortunatamente, e nel contempo aumenta il numero dei malati che sono guariti. Il fatto che si sia arrestata la crescita esponenziale è già positivo”.

Che fare dunque?

“Continuare come abbiamo fatto fino ad ora, le quarantene stanno dando risultati soddisfacenti e ora un importante alleato sarà il caldo. Il sole e le alte temperature si sa favoriscono la vita sana e aiutano a sconfiggere i virus influenzali, è stato sempre così e lo sarà anche con il coronavirus. Più saliranno le temperature e meno bollettini di guerra dovremo ascoltare ogni sera alla televisione”.

In linea di massima, dovremmo esserne fuori per l’estate?

“Sono abbastanza ottimista da questo punto di vista. Se andrà avanti questo trend, penso che già a giugno potremo essere fuori dall’emergenza”.

E poi? C’è il rischio che il virus possa ricomparire in autunno o in inverno?

“Su questo non è possibile fare previsioni certe. La prima epidemia di Sars, quella del 2002, è comparsa, ha fatto il suo decorso e se ne è andata. Questa sarebbe la previsione più ottimistica. Poi c’è stata la seconda sindrome respiratoria, quella cosiddetta mediorientale o Mers che si è sviluppata a macchia di leopardo ed è rimasta circoscritta soltanto in alcune località. La cosa più normale da pensare è che il Covid-19 sia una malattia stagionale, e come tutte le influenze di stagione stenti a riproporsi, quanto meno nella stessa forma epidemica e nello stesso ceppo, avendo noi comunque assorbito una sorta di immunità. Penso e spero che si possa considerare conclusa”.

Nel frattempo come possiamo rafforzare le nostre difese immunitarie per non farci trovare impreparati nel caso di una ricomparsa evitando di imbottirci di antibiotici che rischiano di indebolirci ulteriormente? E in attesa del vaccino, quali farmaci sono consigliati?

“Vede, in certe situazioni non è mai possibile stabilire una terapia uguale per tutti, perché ogni organismo reagisce in modo diverso. C’è a chi ad esempio è consigliata la vitamina C da prendere a grammi e non a milligrammi, ad altri invece è consigliata di più la vitamina D, anche questa ritenuta utile ad interferire con il virus e a rafforzare le membrane cellulari. Tenga conto che mentre la vitamina C è solubile, la vitamina D è liposolubile quindi viene trattatenuta di più dall’organismo e va dosata con maggiore attenzione. Poi negli ultimi tempi sono venuti fuori altri farmaci, da quello antimalarico ad altri che potrebbero funzionare, essendo stati adottati con successo in Giappone e Corea del Sud, compreso il prodotto che era stato sperimentato sull’ebola e che secondo alcuni studi in fase di conclusione, risulterebbe efficace anche per altri tipi di malattie”.

Lei ha ipotizzato che la Lombardia potrebbe essere stata la regione più colpita anche a causa di un eccessivo ricorso alla vaccinazione contro la meningite. Da cosa ricava questa tesi?

“La mia è soltanto un’ipotesi ovviamente, ma credo meriti di essere approfondita. C’è stata in quelle zone una circolazione importante del meningococco, fatto questo che ha portato circa 34mila persone a vaccinarsi fra Brescia e Bergamo. Nel contempo, sempre in quelle stesse zone, pare siano state richieste 185mila dosi di vaccino antinfluenzale. Esisterebbe uno studio in proposito da parte dell’Esercito americano, il quale avrebbe accertato che nei vaccinati, soprattutto quelli contro l’influenza e anziani, vi sarebbe un aumento di effetto del coronavirus pari al 36% dei casi. C’è chi ha bollato questo studio come una fake news, ma io credo che tutto vada sempre esaminato a fondo perché può darsi che un filo di verità ci sia sempre. Del resto una decina di anni fa un altro lavoro realizzato in Olanda e pubblicato sulla prestigiosa rivista dell’Università di Cambridge, dimostrava che sia il virus influenzale sia quello sincinziale potevano favorire l’azione dello pneumococco e del meningococco nella patologia del paziente. Il che può facilmente provocare interferenze e associazioni virali con i microbi. Quindi ad oggi ritengo che nulla possa essere escluso senza un’attenta valutazione. In ogni caso si tratta di ipotesi da approfondire, ovviamente quando l’emergenza sarà finita e si potrà tornare a ragionare con obiettività”.

Quindi al momento non resta che rimanere a casa?

“Al momento sì. Il picco sembra stia calando, quindi la fase discendente è iniziata. Speriamo che il trend positivo prosegua anche nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. Poi arriverà il momento in cui uscire diventerà addirittura necessario, proprio perché il caldo ci aiuterà a sconfiggere definitivamente il virus. Stare all’aperto è sempre un’ottima medicina. Speriamo di poterlo fare presto”.

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