Meluzzi su monitoraggio cittadini: “App sarà primo passo? Temo arrivi altro”

Interviste

Si anima il dibattito sulla tanto agognata “Fase 2”, quella cioè che dovrebbe far ripartire il Paese dopo lo stop imposto dal coronavirus alla vita sociale e alle attività. Sta facendo molto discutere il progetto di un’App governativa che dovrebbe monitorare i cittadini nella fase di ripresa e controllarne gli spostamenti. Secondo quanto riporta il Corriere della Sera si tratterebbe di “una app dove ognuno può registrarsi, inserire i propri dati e la propria situazione sanitaria, specificando se è stato sottoposto al test oppure al tampone. E dunque dividendo i cittadini per fasce d’età con le informazioni necessarie a proteggere chi è maggiormente esposto. In questo modo sarà possibile monitorare gli spostamenti delle persone, le «fragilità» e sarà più agevole consentire la ripartenza delle attività, sia pure a scaglioni (…)”. Si teme l’istituzione di una sorta di “Grande Fratello” pronto a spiarci 24 ore su 24 riducendo in pratica il nostro diritto alla privacy e le nostre stesse libertà. Ne abbiamo parlato con lo psichiatra, scrittore e opinionista televisivo Alessandro Meluzzi.

La spaventa l’idea di questa App pensata dal governo per monitorare gli spostamenti dei cittadini nella cosiddetta Fase 2?

“No, assolutamente, anzi penso sia ancora insufficiente”.

In che senso?

“Ho come l’impressione che la filosofia del governo rispecchi in sostanza la proposta di qualche noto lobbista, che in realtà non prevederebbe soltanto un’App ma un microchip sottocutaneo per ogni cittadino. In questo modo il monitoraggio sarebbe ancora più puntuale perché, grazie al microchip, si potrebbe conoscere in tempo reale la nostra temperatura corporea, il nostro stato complessivo di salute, il nostro umore, quanto abbiamo mangiato, se abbiamo dormito un’ora di troppo, se abbiamo fatto l’amore ecc. In pratica rischiamo di finire tutti dentro un grande computer centrale, una sorta di cervellone elettronico che ci controllerà costantemente, oggi con la scusa del coronavirus, domani con qualsiasi altro pretesto”.

Sembra uno scenario da Grande Fratello, non trova?

“Guardi, se quello appena prospettato è il futuro che ci attende davvero, quasi quasi preferirei correre il rischio di beccarmi il coronavirus. Di vivere dentro un’eterna casa del Grande Fratello proprio non mi va, anche se dalle parti di Palazzo Chigi forse qualcuno potrebbe avere nostalgia di quando ci stava dentro e veniva spiato giorno e notte. Il Grande Fratello, quello televisivo, alla fine è una sceneggiata e nulla più, mentre intravedo con forte preoccupazione uno scenario orwelliano. Penso che questo coronavirus sarebbe piaciuto molto ai maiali della ‘Fattoria degli Animali’, il noto romanzo di George Orwell, quelli che guidarono la rivoluzione in base al principio che tutti gli animali sono uguali, per poi imporre la supremazia dei maiali sostenendo che fossero migliori degli altri. C’è poi un aspetto da considerare”.

Quale?

“Libertà e sicurezza non sono antitetiche, ma sicuramente non si può sacrificare la libertà in nome della sicurezza. La vita è meritevole di essere vissuta, ma non è certamente vita da vivere quella che potrebbe essere costantemente monitorata dai microchip o da altri sistemi di controllo”.

Teme anche lei che il coronavirus diventi un pretesto per poter mettere in atto misure che sarebbe impossibile anche soltanto ipotizzare?

“Il coronavirus temo stia diventando un pretesto per tante cose, e alla fine il risultato che avremo ottenuto sarà stato quello di aver distrutto l’economia di questo Paese accettando tutto ciò che ci verrà imposto dall’Europa, dal Mes in giù. Rischiamo uno Stato di Polizia ‘di fatto’con un controllo assoluto sulla vita di ognuno. Io posso essere accusato di tutto, tranne che di essere un negazionista, perché ho detto che il coronavirus rischiava di provocare una grande pandemia mondiale quando autorevolissimi virologi andavano in televisione a ripetere che era una banale influenza e accusando quelli come me di fare terrorismo mediatico propalando allarmismi ingiustificati e fake news. Siamo passati da una follia collettiva ad un’altra di segno opposto. Prima ci dicevano di continuare la vita di sempre, di andare nei ristoranti cinesi, di mangiare gli involtini primavera, di andare ovunque senza paura, adesso la stessa follia è arrivata ad ipotizzare, in nome della sicurezza, il controllo delle persone per limitarne gli spostamenti e le attività”.

Ma poi, davvero si può pensare che la criminalità organizzata si lasci monitorare dallo Stato? 

“Mi viene da sorridere quando sento parlare di efficienza nei controlli contro chi sta su una spiaggia deserta a prendere il sole o magari sta passeggiando in un parco con un bambino, quando per anni rapinatori, spacciatori, criminali di ogni specie l’hanno sempre fatta franca e abbiamo avuto centinaia di clandestini che sono sbarcati indisturbati sulle nostre coste senza che arrivasse nessun elicottero dall’alto. Oggi stiamo con i ‘fucili puntati’ contro un genitore che esce con il figlio piccolo a prendere una boccata d’aria e lo denunciamo pure, perché un bambino diversamente da un cane non ha neanche il diritto di fare due passi in un giardino, nemmeno se tenuto al guinzaglio e con la museruola. Siamo alla follia”.

Condividi!

Tagged