Decreto di maggio, meno soldi e più tagli alle famiglie. E’ ora di “alzare la testa”

Politica

Che il Decreto di maggio sia del tutto insufficiente per ciò che concerne le misure in favore delle famiglie, che hanno subito come tutti le conseguenze della grave crisi economica per l’epidemia di coronavirus, lo ha detto prima degli altri lo stesso ministro della Famiglia e delle Pari opportunità Elena Bonetti.

L’esponente di Italia Viva, con grande rammarico, ha dovuto ammettere pubblicamente di non essere riuscita a far accogliere dalla sua maggioranza gli interventi che aveva proposto, con il risultato di ritrovarsi di fronte provvedimenti che soltanto in parte, ma sarebbe più giusto dire per niente, rispondono a quelle che sono le esigenze reali delle famiglie italiane in questa fase drammatica.

Le misure previste dal governo infatti non tengono minimamente in conto i disagi delle famiglie che hanno i figli in casa in seguito alla chiusura delle scuole. Per loro non c’è alcuna traccia di interventi di supporto, come se per i genitori lavoratori non sia un problema dover collocare i figli nel momento in cui scuole, asili nido, centri estivi sono chiusi a causa dell’emergenza Covid-19. Se poi si pensa che molto probabilmente a settembre le scuole riapriranno soltanto parzialmente, con metà studenti in classe e gli altri a casa, allora davvero  non rimane che mettersi le mani nei capelli.

Non solo, a leggere nelle pieghe del Decreto si scopre pure che sono stati tagliati i fondi strutturali che erano stati messi in campo dal precedente governo, quando al Ministero della Famiglia ci stava Lorenzo Fontana.

“Per il 2020 – si legge sul sito della Camera – la dotazione del Fondo prevista dalla legge di bilancio 2020 è pari a 74,5 milioni di euro in quanto la sezione II della legge 160/2019 ha operato una riduzione di circa 30 milioni di euro sulla dotazione strutturale del Fondo come stabilita dalla legge di bilancio 2019″. Si, avete capito bene, in un Paese gravato da una crisi demografica sempre più allarmante, soprattutto per il basso livello della natalità, si vanno a tagliare le risorse proprio laddove andrebbero investite di più. Per altro in un momento ancora più drammatico per le famiglie italiane a causa della crisi economica provocata dall’emergenza sanitaria, con tutte le conseguenze che ne deriveranno in termini occupazionali.

A ciò vanno aggiunte nelle ultime ore le proteste delle famiglie con disabilità che hanno denunciato come lo Stato si sia completamente dimenticato di loro.

“Le famiglie con disabilità sono state cancellate dallo Stato italiano – si legge su un articolo de Il Fatto Quotidiano – Questo è accaduto con la pandemia. Noi famiglie con disabilità gravissime ci siamo ritrovate senza alcun preavviso a non avere più alcun servizio. Neanche quei già carenti e scarsi servizi abituali. Vergognoso è dire poco. La tragedia è per tutti. Questo appare abbastanza tristemente scontato”.

Insomma, per le famiglie non ci sono mai buone notizie. Eppure dovrebbero essere le prime realtà ad essere tutelate dallo Stato. Invece nulla. Il motivo è soprattutto di carattere politico ed è forse da collegare alla mancanza di un vero e proprio “sindacato” organizzato, una sorta di “Confindustria della famiglia”.

Eppure quando si è trattato di scendere in piazza contro la legge Cirinnà sulle unioni civili, il peso delle famiglie italiane si è visto e si è pure fatto sentire con l’organizzazione dei Family Day. Poi però quello stesso popolo unito nella battaglia, si è diviso sul piano politico seguendo strade diverse. I politici, che pure su quelle piazze hanno cercato di mettere il cappello, hanno sfruttato la difesa della famiglia sul piano propagandistico ed elettorale, mostrandosi poi del tutto inefficaci su quello pratico. La difesa della famiglia è così diventato per alcuni partiti un puro slogan da sbandierare in campagna elettorale per catturare il voto degli elettori cosiddetti tradizionalisti, salvo poi dimenticarsi delle battaglie una volta al governo o in parlamento.

Perché alla fine difendere la famiglia, come ha giustamente evidenziato nel suo ultimo libro il Papa emerito Benedetto XVI, comporta l’essere “scomunicati” dal pensiero dominante e da quelle lobby che ormai da anni stanno lavorando per favorire quello che Ratzinger chiama “il potere dell’Anticristo”, ovvero un modello di società basato sull’individualismo sfrenato, sul potere dell’io contrapposto a quello di Dio.

Ma sarebbe sbagliato relegare le battaglie in difesa della famiglia naturale su un piano meramente confessionale , quasi come fosse una priorità soltanto per il mondo cattolico. Questo perché il valore della famiglia precede qualsiasi concezione religiosa. La società era costituita per nuclei familiari anche prima dell’avvento del Cristianesimo e delle altre religioni, perché la famiglia come costituzione sociale era ritenuta essenziale per garantire la sopravvivenza dei popoli attraverso l’unione fra uomo e donna e la nascita dei figli. Difendere la famiglia significa assicurare il futuro stesso della società.

Invece nel corso degli anni la famiglia intesa nel suo significato antropologico, nella sua naturale funzione di cellula portante della società, ha finito con l’essere sacrificata a causa dell’impossibilità oggettiva di poter essere percepita come un settore strategico con cui confrontarsi al pari di come ci si confronta con gli industriali, gli imprenditori, gli artigiani, gli operai, gli agricoltori, ogni categoria del tessuto economico e produttivo che può comunque godere di una rappresentanza strutturata, consolidata e in grado di incidere sulle scelte politiche. Forse è arrivato davvero il momento per le famiglie italiane di organizzarsi in un vero e proprio sindacato, dando vita a strutture modello “Cobas della famiglia”. Ma quando i tempi per farlo saranno veramente maturi? 

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