Silvia Romano. Cosa spinge gli uomini a cercare la fede? Il vuoto occidentale

Politica

Non voglio entrare nel merito del riscatto, la filosofia del governo italiano che paga sempre (si parla di 4 milioni di euro) a differenza degli Usa che non pagano mai, delegittimando de iure e de facto i sequestratori e i terroristi; non voglio pormi la questione della conversione all’Islam in stato di necessità o della famosa sindrome di Stoccolma. E nemmeno soffermarmi sulla legittimità della sua scelta: saranno i fatti a chiarirlo e poi non è affar nostro. Non siamo i giudici del mondo.

Voglio pensare ad altro e analizzare diversamente il ritorno sorprendente, dopo mesi e mesi di assenza forzata, di Silvia Romano.
Non mi piacciono le strumentalizzazioni, soprattutto da parte di chi deve utilizzare ogni argomento per fini politici, evidentemente in assenza di contenuti veri.
Certa destra ha bisogno di creare lo spauracchio dell’Islam sempre cattivo, considerando ormai Silvia Romano, ora “Aisha”, uno strumento propagandistico nelle mani dei fondamentalisti.
Certa sinistra, invece, ammalata di esotismo, di buonismo multiculturale, multireligioso, esalta per definizione (sono i professionisti dell’umanità), la libera scelta, il diritto a decidere in ogni dove, e ama tutte le culture e tradizioni esterne, purché non siano quella italiana e, nel caso religioso, quella cattolica. Ci sarebbe stato tutto questo clamore se la diretta interessata avesse fatto il contrario, passando dall’Islam al cattolicesimo? E comunque, va detto a chiare lettere, se ciò fosse accaduto in alcuni paesi islamici, Silvia sarebbe stata considerata un’apostata, una blasfema degna di morte. Vogliamo dimenticare la drammatica vicenda di Asia Bibi?

In questo, dobbiamo ricordarlo, c’è la superiorità della nostra civiltà e della nostra cultura democratica. Ma il tema investe proprio la nostra civiltà democratica e la nostra cultura.
Cosa spinge persone come Silvia a lavorare per gli altri, magari con la purezza generosa e ingenua, tipica dei giovani? Cosa l’ha spinta a voler salvare i poveri, i derelitti, i bambini, i deboli, proprio “a casa loro”, parola spesso utilizzata a sproposito dal lessico sovranista e populista?

La ricerca del senso, di un valore forte e radicale da dare alla vita. L’aspirazione all’assoluto. Un assoluto che si può trovare nella fede, qualsiasi fede. Io, dopo anni di agnosticismo, mi sono convertito al cattolicesimo, lei ha trovato la strada dell’Islam, e ci sono tanti giovani, uomini e donne, che praticano il volontariato, il servizio civile, il civismo laico, con la stessa dedizione e lo stesso impegno.

Persone, troppo poche, che si differenziano per coerenza e cuore, dalle troppe che vivono, anzi vegetano, pensando unicamente al proprio tornaconto individuale, al proprio orticello economico e familista. Un’esistenza dove non c’è spazio per la polis, il bene comune, la patria, ma solo il diritto all’aperitivo, alla movida, alle corse isteriche sui prati, allo stordimento, alle dipendenze e alle presunte libertà da mosche nel bicchiere e da criceti che girano insieme alla famosa rotella. Persone magari brave a fare le scimmie ammaestrate sui balconi, a cantare tipo-Grande Fratello, a scrivere “tutto andrà bene”, nel nome e nel segno del Mulino Bianco, e del dio “ego”.
Ecco, cosa può insegnare la storia di Silvia. Agli esperti le sentenze becere.

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