Il mio viaggio con Paola Guerci. Dalla politica, all’Isma, a Mia, a Veneziani

Politica

E’ sempre estremamente triste ricordare una persona che improvvisamente passa all’ “altro emisfero”.
Specialmente quando questa persona ha fatto parte di un pezzo del tuo percorso esistenziale e professionale.
E soprattutto, quando non ti spieghi, non sai, e non potevi sapere, la verità sulle sue condizioni di salute, aggravatesi, come pare, nel tempo del Coronavirus, che ha reso complicato e difficile qualsiasi rapporto con gli ospedali.

Paola Guerci l’ho conosciuta come si conoscono tutti quelli che sono vicini, interni, militano, gravitano, intorno a un mondo politico ben preciso. Prima, di sfuggita, poi, qualche parola, poi un rapporto sempre più stretto, infine una collaborazione e un’amicizia.
E’ la vicenda ricorrente che unisce e affratella tanti che vengono dagli anni Settanta, Ottanta, e che continuano a crescere con le idee, coniugando attività lavorativa, senso della comunità, passione civile e spinta ideale.

La prima volta che l’ho vista (ero già giornalista) è stata con Publio Fiori, storico leader della Dc. Apparteneva a quella componente che dal cattolicesimo sociale, conservatore, popolare, centrista, dopo Tangentopoli e con la fine della prima Repubblica, ha trovato una sponda naturale nella nuova Alleanza nazionale, e più propriamente nella componente della Destra sociale, guidata allora da Gianni Alemanno e Francesco Storace. Era un incontro romano elettorale in zona Flaminio. Mi colpirono i suoi occhi sinceri, il suo sorriso accogliente, quasi infantile, condito di eloquio gentile e al tempo stesso, deciso, sicuro, convincente. Una giovane politica non solo gentile. Il suo sorriso poteva trasformarsi pure in lampi di ira, quando le cose non andavano bene. Una volta chiuse in una stanza proprio i due capi della Destra sociale e, si dice, volarono stracci.

Paola come noto, era giornalista, esperta di comunicazione, si impose per le sue attitudini radiofoniche. “Radio An” è stata la medaglia che ha contribuito a farle scalare il gradino di assessore alla cultura della Provincia di Roma sotto la presidenza di Silvano Moffa.
Ma il nostro viaggio comune è decollato subito dopo la sua esperienza amministrativa.

Era presidente dell’Isma e io cominciai a collaborare con lei. Portai un pezzo della squadra de La Destra delle Libertà, fortunata rivista che all’epoca aveva raggiunto i 6.000 abbonati (Edizioni Pagine). 5 miei giovani che lei inquadrò nella struttura. Presso l’ufficio stampa. Addirittura uno fu assunto in un ufficio amministrativo.
Ci capivamo. Avevamo lo stesso approccio alla realtà e la stessa velocità di intuizione e comprensione delle cose, miste a un’ironia e a risate devastanti sul teatrino umano e sulla burocrazia.

Da quella frequentazione assidua nacque una grande invenzione: “Mia”, una rivista per donne, diretta da un uomo, il sottoscritto. Lei direttore editoriale e Stefania Rocca, una sua grande amica, direttore delle relazioni esterne (era ed è, un’icona del settore). Fu un successo editoriale, nuovo nella grafica e nell’impostazione giornalistica. Facevamo dialogare intorno alla giornata-tipo di una studentessa, di una manager e di una casalinga, attori, cantanti, politici e intellettuali. Primo numero “Lo sguardo delle donne”. Tanto per gradire. Fu un fortunato laboratorio di comunicazione, spunti e voli culturali. Purtroppo, come in tutte le iniziative eccessivamente d’avanguardia non sono bastati i fondi per continuare. Ma abbiamo lasciato a tutti il ricordo di un’esperienza indimenticabile.

Poi, come è la vita, le nostre strade si sono divise, e abbiamo intrapreso percorsi diversi.
So che negli ultimi anni era delusa dal mondo cui apparteneva, al punto di passare a sinistra. Una rottura col passato? Non proprio. Il suo programma continuava ad essere in linea con la sua identità e sensibilità sociale e cristiana. Iniziative per le donne, i deboli, i malati, gli anziani, i bambini.

Dopo tanti anni, esattamente prima del Covid 19, ho avuto la fortuna di incontrarla di nuovo, inaspettatamente, nella casa-cenacolo trasteverina di Marcello Veneziani, amico e maestro, un punto di riferimento fondamentale per la mia vita (ho avuto l’onore di essere un redattore nella meravigliosa avventura della sua “Italia settimanale”). Direttrice di orchestra di quella sera, di quella cena, l’ottima Valeria, sua compagna. Si erano conosciuti per caso, abitava sotto il loro appartamento. Ci siamo salutati sempre con freschezza e tanti sorrisi. Come se nulla fosse cambiato. Abbiamo parlato di politica e di varia umanità. Lei si era aggiornata professionalmente: si era buttata sui siti, sui social e continuava a svolgere attività per le donne, ad occuparsi della loro condizione e delle loro problematiche.
E così che voglio ricordarla. Con quel sorriso e con quella leggerezza.

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