Amatrice, 24 agosto 2016: dopo quattro anni SILENZIO, RICORDI E TANTO DOLORE

Politica

“Amatrice non c’è più”: quella notte risuonava ovunque questo lamento misto a grida di dolore. Tanti bambini, tante famiglie spezzate. Potevamo esserci noi in questa lista, la mia famiglia e quella di tanti che conosco, e non é per merito che non ci siamo. La vita é un mistero, ma mai come quel maledetto 24 agosto l’ho capito, ho capito che non guarda in faccia a nessuno, che divide anche i figli dai genitori.

Non ci sono parole per quello che é successo quella maledetta notte. Solo lo sguardo che si alza al Cielo. SOLO SILENZIO E RISPETTO.

Questa d’altronde é un’altra ricorrenza che passerà senza la partenza dei cantieri ma anche senza la coscienza pulita per qualcuno.

Spero che i miei nipoti vivano quello che ho vissuto io… sotto la vigilanza dei nostri Monti della Laga, tra lo sguardo severo del Gorzano e quello piú dritto e schietto di Pizzo di Sevo. Spero che il mio borgo, che oggi é una fontana, torni a vivere le estati, tra chiasso e sguardi incrociati dei vecchietti pronti a rimproverare i piccoli per qualche marachella o a chiederti “di chi se’ filiu?”.

Spero di calpestare di nuovo un pavimento, posto al secondo piano di una bellissima casa rosa, rosa come il tramonto che si vedeva dalla cucina qualche volta. Spero che noi, noi seconde case, potremo un giorno contribuire al rilancio di una città rasa al suolo in tre minuti e che saremo noi giovani responsabili (lì mi sento sempre giovane) e con memoria a impedire che risorga una mentalità sbagliata che tanti danni ha fatto e continua a fare in quelle zone.

Nessuna favola, seppure io l’ho vissuta contando gli anni da ogni agosto, ma solo una speranza di rivoluzione interiore, che é la cosa che piú serve a quella terra martoriata… perchè alla natura là, anche dopo il terremoto, non manca proprio nulla. É perfetta la mia dolce-aspra montagna.

Ora è tempo di ricostruire, non domani, è troppo tardi. E’ già tardi.

Lo dobbiamo alle vittime che non ci sono più molte delle quali venivano per amore dei ricordi vissuti da ragazzi in quelle terre così poco accoglienti, anche per i caratteri dei montanari, genuini ma non generosi né attenti alla cura del bene comune.

Bisogna essere incredibilmente speranzosi per sognare ancora.

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