Dal Rosatellum al Brescellum. Cosa cambia con la nuova legge elettorale

Politica

Dovrebbe approdare domani, giovedì 10 settembre, nella Commissione Affari costituzionali della Camera, il testo della nuova legge elettorale denominata “Brescellum” dal nome del parlamentare del Movimento 5Stelle Giuseppe Brescia. Ieri infatti la discussione in Commissione è saltata a causa dell’ostruzionismo delle opposizioni che hanno contestato la fretta della maggioranza nel presentare un testo non condiviso e su cui è stato chiesto un approfondimento.

Ad ogni modo appare ormai impossibile che la nuova legge elettorale possa essere approvata in uno dei rami del Parlamento prima del referendum sul taglio dei parlamentari previsto il 20 e 21 settembre come chiesto dal Partito Democratico agli alleati.

La prima data utile per l’approdo del testo alla Camera non si avrà prima della fine del mese, presumibilmente il 28 settembre. Il Pd tuttavia ha deciso di schierarsi per il Sì al referendum nonostante i maldipancia di numerosi dirigenti del partito, in testa a tutti Matteo Orfini, che nella riunione della Direzione ha ribadito l’impossibilità di votare il taglio dei parlamentari senza prima conoscere con quale legge elettorale si eleggerà il prossimo parlamento. Ma per il Pd la prorità sembra quella di non creare spaccature nel governo con il Movimento 5 Stelle, considerando che a dividere gli alleati c’è già la questione del Mes.

Ma andiamo a vedere come funziona il Brescellum.

Si tratta di un sistema proporzionale puro con soglia di sbarramento al 5% e liste bloccate. Su questo aspetto si sono sollevate voci critiche da più parti. Italia Viva e Liberi e Uguali ritengono lo sbarramento troppo alto e vogliono che sia abbassato almeno al 4%, proposta questa che gli alleati Pd ed M5S si sono detti disponibili a valutare.

Fra i 5 Stelle c’è chi non vuole liste bloccate e chiede la reintroduzione delle preferenze per impedire che siano i capi-partito a formare il Parlamento a tavolino. Per venire incontro alle forze più piccole è stato introdotto un meccanismo chiamato “diritto di tribuna”. Il partito che riuscirà a superare la soglia di sbarramento in almeno tre circoscrizioni alla Camera e in una al Senato avrà comunque il diritto di eleggere rappresentanti in Parlamento indipendentemente dal superamento del quorum in ambito nazionale.

Per quanto riguarda il voto in Commissione previsto per domani, Italia Viva e Leu hanno annunciato l’astensione. I renziani vogliono che, come nel modello tedesco, sia introdotta la “sfiducia costruttiva”, con l’obbligo per i partiti che decidono di sfiduciare un esecutivo in carica, di avere pronta una maggioranza alternativa in grado di assicurare la formazione di un altro governo. In più, battaglia storica di Iv, è il superamento del bicameralismo perfetto. Temi su cui si è registrata una parziale apertura da parte del Pd ma sui quali un accordo nella maggioranza appare al momento molto lontano. Leu invece chiede di abbassare la soglia di sbarramento considerata troppo penalizzante per i piccoli partiti incassando la disponibilità di Pd e M5S a scendere fino al 4% (che visti i sondaggi non darebbe comunque garanzie alle forze di sinistra).

Il centrodestra è contrario al sistema proporzionale perché renderebbe impossibile la governabilità e obbligherebbe i partiti a cercare le mediazioni e i compromessi in Parlamento. Ad ogni modo restano tanti i punti da chiarire, dalle preferenze al numero di candidati per ogni lista. Il voto in Commissione sarà soltanto il primo passo in direzione di un percorso che si annuncia lungo e tortuoso. Molto dipenderà anche dall’esito del referendum. Dopo il 21 settembre tutto potrebbe cambiare e le carte potrebbero tornare a rimescolarsi.

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