Parla il ristoratore ribelle Carriera: “Contro di me multe e prefettura. Agirò così per vie legali”

Politica

Giuseppe Conte ha firmato il nuovo Dpcm che introduce altre misure restrittive e divide l’Italia in zone. Zone rosse quelle in cui la situazione dei contagi da Covid è più allarmante, zone arancioni dove l’allarme è medio e zone verdi dove la criticità è minore, con interventi diversificati. In tutta Italia è però istituito il coprifuoco dalle 22 alle 5 del mattino. Intanto proseguono in tutta Italia le proteste delle categorie penalizzate, ristoranti, bar, palestre, piscine, lavoratori del cinema e del teatro. Oggi abbiamo raggiunto e intervistato Umberto Carriera, chef e titolare di diversi ristoranti a Pesaro e dintorni, che ha messo in atto negli ultimi giorni vere e proprie azioni di disobbedienza civile contro l’obbligo di chiusura alle 18. Una di queste ha fatto il giro del web ed è diventata virale.

Perché ha scelto la disobbedienza civile per protestare contro i provvedimenti del governo?

“Si tratta di una forma di protesta assolutamente pacifica con la quale vogliamo manifestare contro le restrizioni alle nostre libertà introdotte nei Dpcm. La mia protesta sta avendo grande rilevanza mediatica perché non è facile trovare gente pronta ad uscire dagli schemi. Abbiamo voluto dimostrare che il Covid non è soltanto un’emergenza sanitaria ma anche economica e sociale. Da qui la mia azione di disobbedienza. Abbiamo iniziato con una manifestazione pacifica in piazza del Popolo, poi la protesta è proseguita con una cena nel mio ristorante, con 90 persone che hanno cenato nel pieno rispetto dei protocolli di sicurezza”.

E cosa è accaduto?

“Che ad un certo punto sono arrivate le forze dell’ordine che io però non ho fatto entrare avendo il ristorante pieno e non potendo accogliere, in base alle normative, altre persone oltre quelle già presenti all’interno. Consideri che erano arrivati in tutto circa venti agenti”.

Come hanno reagito?

“Mi hanno elevato una multa di 400 euro e mi hanno imposto la chiusura del ristorante per cinque giorni, trascorsi i quali mi è stato notificato un provvedimento del prefetto che mi impone di stare chiuso altri 15 giorni. Questo perché, secondo l’autorità, riaprendo il locale avrei costituito un pericolo per la salute delle persone, ancora di più dopo che la mia azione aveva avuto una forte risonanza mediatica. Io però non mi sono arreso e sabato scorso ho aperto un altro dei miei ristoranti a cena. Anche qui sono arrivati gli agenti e mi hanno imposto la chiusura per cinque giorni, che molto probabilmente diventeranno 15”.

Adesso che farà, si arrenderà?

“Niente affatto, mi sto già muovendo a livello legale. Con i miei avvocati abbiamo già predisposto un ricorso al Tar perché siamo convinti che nessun Dpcm possa obbligarci a non lavorare. La battaglia è appena iniziata, con centinaia di associazioni che si stanno muovendo. C’è anche Giorgio, il ristoratore di Bologna multato come me per aver aperto il suo locale a cena. Riteniamo i provvedimenti governativi assurdi e senza senso. Per quale motivo posso far pranzare 90 persone nel pieno rispetto dei protocolli di sicurezza, mentre mi è proibito far mangiare lo stesso numero di persone, con le stesse identiche modalità, a cena? Perché la sera questo dovrebbe costituire un problema? Sono mesi che noi ristoratori stiamo spendendo migliaia di euro per adeguarci ai protocolli di sicurezza seguendo scrupolosamente le regole, e oggi che siamo perfettamente nella norma ci dicono che dobbiamo chiudere. Noi non vogliamo l’elemosina con i bonus ristori, vogliamo lavorare e guadagnare in base alle nostre singole capacità imprenditoriali. Anche perché la stragrande maggioranza dei ristoranti rispetta le regole. Le cose a questo punto sono due: o il governo ci chiude perché non è nelle condizioni di poter svolgere i necessari controlli sulle attività, e quindi per le colpe di pochi che si contano sulle dita di una mano, preferisce penalizzare un’intera categoria; oppure i protocolli che ci hanno imposto fino ad oggi sono sbagliati e non garantiscono la sicurezza. Ma in questo ultimo caso non può essere l’imprenditore a pagare”.

Durante l’estate abbiamo visto puntare il dito soprattutto contro la movida e i ristoranti: vi siete sentiti costantemente sul banco degli imputati?

“Sì, ci siamo sentiti colpevolizzati in maniera esagerata, ma come ho detto sopra è colpa del governo se siamo arrivati a questo punto. Se avesse saputo svolgere i controlli non ci sarebbe oggi bisogno del coprifuoco. Eppure hanno avuto sei mesi per organizzarsi all’arrivo di una seconda ondata di cui si parlava già quando doveva ancora finire la prima. Questo sia dal punto di vista sanitario che economico”.

Ha tenuto a sottolineare più volte il carattere pacifico della vostra protesta. Anche questa è una risposta a chi sostiene che le piazze sono in realtà organizzate da formazioni estremiste e antagoniste o addirittura dalla criminalità?

“Noi condanniamo ogni forma di violenza, ancora di più quelle che vanno a devastare e danneggiare altre attività commerciali e imprenditoriali, colpendo colleghi che stanno nelle nostre stesse condizioni. Questa gente non la vogliamo. La nostra protesta è intelligente e basata su una solida cultura della legalità. Noi lottiamo in maniera civile per difendere le nostre libertà, violate da provvedimenti palesemente anticostituzionali che vanno a ledere un diritto fondamentale come quello al lavoro, non per dare spazio e visibilità a chi si infiltra soltanto allo scopo di creare il disordine e vanificare così la nostra strategia”.

 

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