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Accordo Salvini-Conte: collaborazione, niente voto, Quirinale e post-sovranismo

Politica

Caos a sinistra e a destra. In mezzo, la durata di Conte e la scadenza del settennato di Mattarella. Tutte cose che si tengono insieme.

Cominciamo dalla maggioranza giallorossa in fibrillazione. Anche se Zingaretti esclude una sua prossima partecipazione al governo, dichiara, urbi et orbi, che ci vuole un nuovo impulso, un nuovo slancio e che così non si può andare avanti. L’esecutivo sta perdendo mordente, spinta propulsiva, regredendo e spappolandosi in divisioni interne senza senso. Il leader del Pd non arriva a pronunciare nuove formule, ma la sostanza è evidente. I più informati danno per scontata una triarchia “sotto” Conte; tre vicepremier: Di Maio, Zingaretti e Renzi. Il capo di Italia Viva, quindi, otterrebbe un premio, costringendo il premier a fare un passo indietro sulla famosa task force, che sarebbe legittimata non più dall’alto, nominata d’ufficio, ma certificata da un passaggio parlamentare e sicuramente arricchita dalla presenza di altri inserimenti blasonati, magari vicini ai partiti di cui sopra.

Il Pd, dal canto suo, è stanco di fare il pompiere, il garante della stabilità e teme il riavvicinamento tra Conte e Salvini.

Perché Palazzo Chigi ha dato segnali di disponibilità verso la Lega? Per varie ragioni. Proviamo a elencarle: non subire passivamente i ricatti di Renzi, mandandogli un messaggio forte e chiaro: se tu insisti con le minacce destabilizzanti, ho pronta una nuova maggioranza di responsabili che sui singoli provvedimenti potrebbero convergere. A cominciare dai Dpcm natalizi, per continuare con la legge di Bilancio, in via di definizione. E per obbligare i grillini e dem a ricompattarsi.

Solo che questa collaborazione Conte-Salvini potrebbe portare dritti, dritti a un governo di transizione, un governo emergenziale “verso” il voto: un Conte-ter. Ma proprio ieri Salvini ha detto, tanto per mandare messaggi ai suoi, che il governo durerà tutta la legislatura e si voterà solo nel 2023,

facendo capire che non solo lui intende negoziare in prima persona qualsiasi rapporto con “i nemici”, recuperando una leadership appannata negli ultimi tempi; ma addirittura partecipare alla scelta del prossimo capo dello Stato. Che non dovrà essere un sovranista (i desiderata del centro-sinistra e di Mattarella), ma nemmeno un anti-sovranista (i desiderata di Salvini e non solo).

Insomma, tante partite da giocare. Tra queste, quella della Meloni, fortemente preoccupata per le mosse del suo rivale di schieramento. Da mesi è scoppiata una guerra intestina, fatta di elettori e elettorati da contendersi (si chiama effetto cannibalizzazione). Con una Lega emarginata all’estrema destra, la Meloni pensava di collocarsi in un via intermedia “conservatrice-identitaria”, tra il Carroccio e la vocazione centrista, filo-collaborazione-pandemica di Berlusconi. Insomma, sperava di contare. Invece, la svolta di Salvini, il suo dialogo ruffiano con Conte, l’ha spiazzata. Da una parte, in ogni intervista, continua a rivendicare la ritrovata unità del centro-destra, dopo il voto sul Mes; dall’altra, polemizza con Salvini, per non essere stata informata circa le sue ultime iniziative.

Il terrore di Fdi è che si possa riesumare de facto, in qualche declinazione stramba, la vecchia maggioranza gialloverde, populista-sovranista cuore del precedente esecutivo. Fa anche sorridere l’eventualità proposta dagli azzurri, di una nuova maggioranza parlamentare centro-destra più ribelli grillini.

Di vero c’è che Salvini ha bisogno di tornare centrale, come partito (da quando stava al governo ha perso 10 punti percentuali), e come capo del centro-destra. Evitando che qualcun altro riempia il centro, il luogo geografico moderato, visto con interesse, dal Cavaliere, dallo stesso Conte, da Calenda e da Renzi. Il Capitano ha capito che il sovranismo duro e puro ha fatto il suo tempo, consente momentaneamente il pieno dei consensi, ma non porta al governo. E allora è corso ai ripari: deve guidare, non subire, la fase del “post-sovranismo”: una Lega popolare, liberale, meno euroscettica, meno radicale. Un partito omnibus, una specie di Dc3.0

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