Covid, pure i tecnici litigano e si spaccano. Sul Natale siamo al “tutti contro tutti”

Politica

Sulle restrizioni natalizie siamo al tutti contro tutti.

Nel governo è in atto lo scontro fra i rigoristi, che vogliono chiudere tutto e impedire addirittura alla persone di uscire di casa nei giorni festivi vietando anche gli spostamenti nel territorio comunale, e i moderati che invece ritengono le misure paventate eccessive e vorrebbero una sorta di Italia arancione, ovvero con limitazioni all’attività di bar e ristoranti, il divieto di spostarsi da un comune all’altro, ma senza imporre un lockdown nazionale.

E’ di queste ultime ore la notizia che anche all’interno del Comitato tecnico scientifico si sarebbe registrata una spaccatura fra gli esperti. Come riporta Il Corriere della Sera, tre direttori generali del Ministero della Salute avrebbero rifiutato di firmare il verbale della riunione di ieri dove sono state stabilite le indicazioni da dare al governo.

In realtà il Cts non avrebbe dato delle indicazioni circa le misure da adottare ma si sarebbe limitato a suggerire maggiori controlli e inasprimenti, ma di fatto lasciando alla politica la responsabilità di decidere come procedere. Scrive il Corsera: “I tre direttori generali del ministero della Salute Achille Iachino, Andrea Urbani e Giovanni Rezza non hanno firmato il verbale finale evidenziando la spaccatura sulla decisione di non indicare misure specifiche. Nel verbale non si fa riferimento ad alcuna norma specifica da modificare. Gli scienziati condividono la linea del rigore dopo gli affollamenti di strade e piazze nel fine settimana. E per questo danno parere favorevole a misure restrittive per impedire alla curva epidemiologica di risalire. Lo scrivono nel parere del Comitato tecnico scientifico inviato al governo alla vigilia di nuove misure che dovranno essere prese in vista delle vacanze di Natale. Al termine della seconda riunione convocata su richiesta dell’esecutivo il verbale degli esperti sposa la linea di chiusura ma senza fornire la lista dei luoghi dove intervenire”.

Il Corriere della Sera riporta ancora: “La riunione è stata molto lunga e due anime del Cts si sono confrontate. C’era chi voleva un chiaro riferimento alle regole delle zone rosse, come il commissario straordinario dell’emergenza Domenico Arcuri, e chi invece, come Franco Locatelli dell’Istituto superiore di sanità, voleva dare indicazioni più «aperte», senza riferimenti specifici ai provvedimenti da prendere. Se ne è usciti con quell’ultimo passaggio, nel quale si invita ad utilizzare le restrizioni previste dal Dpcm e quindi, visto che bisogna inasprire le misure delle zone gialle, le previsioni indicate per le zone rosse e per le arancioni. Queste ultime differiscono da quelle delle zone gialle per due punti: prevedono la chiusura dei bar e dei ristoranti e obbligano i cittadini a restare nel loro Comune. Quindi questo è il minimo suggerito dal Cts ma il Governo dovrà valutare soprattutto i provvedimenti indicati per le zone rosse”.

Insomma, ormai si procede in ordine sparso, ma se prima il problema sembrava riguardare la politica con le divergenze fra ministri fautori della linea dura e quelli della linea morbida, adesso neanche più a livello tecnico sanitario sembra sussistere un’unità d’intenti. Con il premier Conte sempre più tirato per la giacchetta, costretto un giorno ad annunciare misure più morbide, il giorno dopo restrizioni più stringenti, a seconda della curva dei contagi e degli allarmismi dei sanitari che già paventano una terza ondata da gennaio che proprio gli assembramenti del periodo natalizio potrebbe favorire.

A guardare questo spettacolo decisamente “imbarazzante” restano i cittadini, che da un giorno all’altro assistono al balletto di riaperture e chiusure, ritrovandosi sistematicamente colpevolizzati quali responsabili dell’aumento dei contagi.

Ma se dopo un mese di chiusure totali nelle zone rosse o parziali in quelle arancioni, si concede la possibilità alle persone di uscire e fare acquisti con il passaggio alla zona gialla, che colpa hanno se poi si ritrovano tutti nei centri commerciali o nei negozi? Certo, servono buonsenso e responsabilità, ma se neanche governo ed esperti sanno quello che è meglio fare, che senso ha prendersela con la gente che approfitta delle riaperture per uscire e fare acquisti?

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