Vite distanziate: al museo in pantofole anche dopo il Covid?

Politica

La settimana scorsa ho dato appuntamento a un paio di amici al Metropolitan Museum di New York. Ci abbiamo messo un po’ a trovarci all’ingresso – l’atrio, costruito a imitazione di una basilica romana, è enorme e dispersivo; io li aspettavo alla biglietteria, Adriano stava di fronte al guardaroba e Davide si era appostato subito dopo la scalinata d’ingresso, di fronte al punto informazioni.

Quando alla fine e forza di messaggini su Whatsapp siamo riusciti a ritrovarci abbiamo cominciato a discutere di cosa andare a vedere. Adriano voleva passare subito per l’area egiziana, che è la più vicina all’ingresso e ospita la sala più famosa di tutto il museo, quella che dà su Central Park e contiene il tempio di Dendur, smontato e ricostruito pezzo per pezzo. Io volevo andare a vedere l’ala dell’arte americana, mentre Davide insisteva per cominciare con le donne tahitiane di Gauguin visto anche che, diceva per convincerci, nella stessa sala c’era anche un autoritratto di Van Gogh e i suoi famosi Cipressi.

Così, come ci capita spesso quando andiamo per musei, subito dopo esserci trovati ci siamo divisi. “Ci vediamo tra un’ora davanti la caffetteria del museo”. Perfetto. Anche se nessuno di noi avrebbe potuto accomodarsi e prendere un caffè. Perché non eravamo a New York, ma ognuno nel suo salotto romano, durante l’ennesimo pomeriggio di quasi lockdown che ci ha imposto questa convivenza col virus. Stavamo giocherellando con uno dei tanti prodotti di Google, Arts &Culture, un progetto che permette di visitare virtualmente decine di musei sparsi per il mondo, sala per sala, visualizzando poi in realtà aumentata le opere più famose.

Tutto questo mentre, nell’indifferenza sovrana del popolo italiano sempre pronto a indignarsi per la chiusura di ristoranti e palestre, musei e aree archeologiche rimanevano desolatamente chiuse. Già, perché in Italia posti del genere servono solo a spillar soldi ai turisti, mica a educare al bello i cittadini. E senza turisti, che li teniamo aperti a fare? Ai pochi che ne sentono la mancanza pensa appunto Google, che col suo progetto permette all’opera d’arte di fare un nuovo salto; dopo essere diventata riproducibile tecnicamente, adesso è diventata anche vivibile digitalmente.

E chi ha più bisogno di uscire di casa? Certo, Arts &Culture è un progetto avviato ormai da parecchi anni, ma con la pandemia e il blocco quasi totale dei viaggi di piacere è diventato l’unica alternativa possibile alla fruizione di opere d’arte, un po’ come le piattaforme streaming per gli amanti del cinema adesso che le sale sono chiuse.

Tutto bene dunque? No, perché l’esplosione di succedanei digitali, simili ma non identici all’esperienza vera, ci stanno sempre più diseducando a sperimentare le cose di persona. Il timore è che quando la pandemia finirà i musei, le sale da concerto, i cinema e i teatri resteranno deserti perché ci saremo accontentati di queste imitazioni non perfette, non fedelissime, ma tutto sommato soddisfacenti e spesso gratuite dell’esperienza vera. Saremo più poveri economicamente e spiritualmente.

Andrà a finire che, vivendo a due chilometri in linea d’aria dai musei vaticani, mi accontenterò di guardare la Cappella sistina dallo schermo del mio pc? Senza fare la fila, certo, senza farmi venire il mal di schiena a forza di guardare in alto, zoomando a piacimento i particolari che mi interessano. Ma pure senza incontrare nessuno, senza fare due chiacchiere con la bigliettaia, senza porre qualche domanda a una guida, senza poter ammirare i bastioni e le rientranze delle mura leonine all’entrata, senza prendere un caffè con un amico all’uscita. No, ringraziamo Google per il suo supporto in questi mesi bui, ma adesso che Franceschini si è finalmente deciso a riaprire io corro a fare la fila. Con la mascherina certo, e rispettando il distanziamento con le persone ma, finalmente, non con le opere d’arte.

di Alfonso Francia

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